mercoledì 13 giugno 2012

EUROPEI 3

Prandelli: «Quando le porte
erano di sassi e maglioni»
 
 
Questa è la storia di uno di noi. Di un uomo vero di sport che ha capito, e sta facendo di tutto per trasmetterlo al mondo, che il calcio prima di un’industria, di una combriccola di padroni senza scrupoli e di finti maestri della "malaeducazione" per le nuove generazioni, è un gioco meraviglioso, quanto la vita. Per questo Cesare Prandelli ha scritto (con il giornalista Giuseppe Calabrese) una biografia, Cesare Prandelli. Il calcio fa bene (Giunti) che dovrebbe essere letta in tutte le scuole, a cominciare dalle "scuole calcio".

Dentro a questo libro (accanto ne riportiamo un brano), ci sono i ricordi teneri di un adolescente degli anni ’60, nato e cresciuto nella sana provincia italiana, a Orzinuovi (Brescia). L’ombelico del piccolo mondo antico in cui si è formato Prandelli, il ct della Nazionale che sta per partire con la prossima missione azzurra: gli Europei di calcio in Polonia-Ucraina. La sfida più importante nella sua carriera di allenatore che non ha mai smesso di essere quel ragazzino «pieno di stupore», che giocava nell’oratorio del suo paese, quello del "mitico" don Vanni. Lì è iniziata la corsa verso il grande calcio del piccolo Cesare, che si riconosceva come parte integrante di «due famiglie: quella naturale e quella acquisita: la squadra». La squadra era quella sorta dalla «squadretta», messa in piedi dall’«allenatore ragazzino», Giuliano.

«È morto giovane, ma Giuliano ha lasciato un ricordo indimenticabile nel nostro cuore perché è stato un innovatore. In un paesino sperduto della provincia di Brescia, questo ragazzo nato per il calcio ha creato il Nagc, il Nucleo addestramento giovani calciatori». Da Giuliano, Prandelli ha imparato come si forma un ragazzo attraverso lo sport e due concetti basilari, «la sintonia e la squadra». Una squadra che era quella che nasceva dalla selezione naturale dell’oratorio. «Sarò un ingenuo, ma anche adesso che faccio l’allenatore della Nazionale, credo ancora nel mio calcio, quello delle sfide, quello del campetto, delle porte fatte con i sassi e le pile di maglioni, dove il business sono la fantasia e la passione... Noi ragazzi dell’oratorio non pensavamo a un futuro da professionisti, io non sognavo di diventare ricco e famoso, mi bastavano il pallone, un campo e gli amici per giocare».

Gli amici, come Domenico che seguì, con il cuore dentro agli scarpini, alla Cremonese. Cesare ce l’ha fatta, da lì poi è arrivato fino alla Juventus di Trapattoni, così come l’altro suo grande amico di una vita, il campione del mondo a Spagna ’82, Antonio Cabrini, che alla Cremonese debuttò in prima squadra tre mesi prima di lui. Domenico invece è entrato a far parte della squadra di quei giocatori che non sono arrivati mai, ma non vive di rimpianti, fa il venditore ambulante di formaggi e Cesare non l’ha mai perso di vista. «Il venerdì, giorno di mercato, vado a trovarlo. Mi metto accanto a lui, assaggio e chiacchiero. Le signore mi riconoscono e dicono a Domenico: "L’è lu?". E lui risponde: "L’è lu, l’è lu"».

Cesare saluta cordiale e passa, dribbla il "successo" che come per Luciano Bianciardi, anche per lui altro non è che il participio passato di succedere. Lezione imparata da quei presidenti "pane e salame" che ha avuto a Cremona: Domenico Luzzara e Giuseppe Miglioli che il salumificio ce lo aveva sul serio. All’Atalanta i Bortolotti «che non smetterò mai di ringraziare» e poi alla Juventus con Giampiero Boniperti, maestro di stile e padre di intere generazioni di grandi campioni, che per Prandelli diventano tali, «solo se sono anche grandi uomini». E se sanno riconoscere i suoi tre punti cardine: «Impegno, sacrificio e rispetto».

Un tridente di moralità fissato molto prima del Codice Etico che ha voluto per i calciatori della Nazionale. L’impegno e il sacrificio si traducono in senso di responsabilità, quello che Cesare ha sperimentato a 16 anni: «Quando è morto mio padre mi sono ritrovato capofamiglia. Ho visto le mie due sorelline private della figura maschile e mi sono dovuto assumere tutta la responsabilità», ha raccontato ad "Avvenire". Il rispetto è quello che prima di tutto chiede «ci sia, sempre, nei confronti dell’avversario». Negli anni in cui allenava la Fiorentina, mutuandolo dal rugby e facendolo entrare a fatica nel calcio, ha introdotto il "terzo tempo": l’abbraccio e la stretta di mano a fine gara, qualunque sia stato il risultato. Nella sua classifica mette sempre «al primo posto: gli affetti e la famiglia». Per questi, in silenzio, senza nessuna concessione alla tv del dolore, nel 2004 ha rinunciato al contratto milionario della Roma per stare vicino a Manuela, la moglie malata di cancro.

«C’era una promessa con la Manu: se la chemio fosse stata troppo invasiva io avrei mollato tutto per starle a fianco», confessò nel nostro ultimo incontro. Manu cinque anni fa è volata in cielo, ma a Cesare ha lasciato due gemme preziose, Carolina e Nicolò che ora fa parte dello staff tecnico della Nazionale di papà. Un padre che prova a far crescere altri "figli", anche quelli più scapestrati, come Balotelli e Cassano, con i quali dice: «A volte le parole non servono, basta guardarsi negli occhi per capirsi... Il calcio è anche questo». Ma il calcio che fa davvero bene e che devono tenere a mente dirigenti, allenatori e soprattutto i genitori, è quello che riporta al potere la fantasia.

«Se fin da bambini abituiamo i ragazzi a usare scarpe perfette, pallone perfetto, il terreno di gioco perfetto, quel ragazzo non tirerà mai fuori la fantasia» Non è la regola di Prandelli, ma l’eterna legge dell’oratorio, in cui «il più bravo lo sceglie la strada». La stessa strada sulla quale è cominciato il suo sogno, portandosi dietro l’odore di pane delle cascine, il profumo dell’erba del campo di un paese di campagna e quelle sfide di gioia sudata che finivano al tramonto, al triplice rintocco della campana dell’oratorio di don Vanni. È rimasta lì, l’anima di questo fratello d’Italia del Cesare che prima di volare a "Euro2012" lancia il suo appello alla nazione: «Sosteniamo i nostri ragazzi, prepariamoli alla vita. L’obiettivo è l’uomo, il calciatore viene dopo».

 
© riproduzione riservata

sabato 9 giugno 2012

Europei 2

L’inno dei fratelli di maglia

«Non siamo qui per vincere, ma per sorprendere...». Prandelli era partito per Euro 2012 con questo proposito, onesto, da realismo socialista stile vecchia Polonia, ma anche un po’ delneriano (vedi il dimesso Del Neri ai tempi della Juve). Del resto il rinnovamento azzurro c’è anche stato, questa Nazionale è sicuramente più etica e vicina alla filosofia oratoriale del Cesare da Orzinuovi («il calcio è prima di tutto un gioco» - non si stanca di ripetere), ma le scorie del recente passato non sono state ancora smaltite.

Un gironcino morbido e la qualificazione scontata a Euro 2012 con due turni di anticipo, non possono cancellare la figuraccia epocale di Sudafrica 2010: usciti al primo turno dopo due pareggi con i peones di Paraguay e Nuova Zelanda e il flop finale con la Slovacchia. Ma, si può opinare: quella era la Nazionale di Lippi. Giusto, ma 11 degli azzurri attuali sono i figli di quella gestione. Un ciclo iniziato con un titolo iridato e quattro senatori della notte magica di Berlino, a distanza di sei anni - un’eternità nel calcio tritatutto - sono ancora qui: Buffon, Pirlo, De Rossi e Barzagli. Il difensore della Juve, ironia della sorte, allora non giocò: ora è infortunato (ma resta in gruppo e secondo i medici potrà giocare dalla terza partita). Ma gli altri sono tre garanzie sicure. E allora perché una simile cortina di ferro di sfiducia?

Forse perché una Federazione sempre più assente (vedi Calciopoli e Scommessopoli) dà l’impressione di utilizzare Prandelli più come il Mario Monti della Repubblica fondata sul pallone, quindi per un governo tecnico della Nazionale di cui si ignorano termini e prospettive. Ma la missione di Cesare pare che dipenda essenzialmente dai due calciatori più ingovernabili della storia azzurra: il black-italian Mario Balotelli e l’ex casinista Antonio Cassano.

SuperMario, eroe da fumetto per i bambini di Cracovia (è il più acclamato e ricercato per gli autografi) e merce quotidiana degli inviati dei tabloid inglesi che già scommettono sulla sua prima bravata in maglia azzurra. Mario che si sente «un genio, ma non ribelle», che a 22 anni ha vinto già 4 campionati tra Inter e Manchester City, che ha promesso «grandi partite» e che se l’Italia uscirà, «lo farà a testa alta». Ma intanto con la Nazionale in 8 partite ufficiali non ha ancora segnato un gol (unica rete con la Polonia in amichevole, che sia la terra giusta per lui?). Mario anima fragile, collezionista di cartellini rossi (8 turni di squalifica) nella pur liberale Premier, del gioca e lascia giocare.

Eppure l’Italia pende dai suo piedi: «Mario, è quello che può darci quel qualcosa in più», ripetono in coro i suoi compagni fin dal primo giorno di ritiro. Tutti lo vogliono responsabile, «ma non si è ancora responsabilizzato, è lo stesso che ho conosciuto all’Inter… Mi fa arrabbiare e non solo a me», punzecchia Thiago Motta. Nel calcio però, si fa in fretta a cambiare idea, oltre che modulo. Così il bambino d’oro, viziato e immaturo che a Manchester lancia petardi dalla finestra, all’occorrenza diventa un Mandela, potenziale bersaglio delle frange razziste dell’Europa e simbolo della resistenza italiana. «Se insultano Mario, siamo pronti a reagire e ad uscire tutti assieme con lui dal campo», si stringono a coorte gli azzurri.

Ma se capitasse qualcosa di strano, il primo a supportare Balotelli siamo certi che sarebbe il suo gemello diverso, Cassano. Fantantonio in questo momento, rispetto a Mario sembra un saggio. Otto anni di differenza con Balotelli e negli ultimi due si è sposato, è diventato padre, ha finalmente vinto uno scudetto (con il Milan), ma soprattutto ha visto la morte in faccia. E quella è un’esperienza che lo ha sicuramente segnato. Nonostante il “cuore matto” e l’operazione che lo ha costretto a 5 mesi di stop, è tornato.

Resta da capire se il suo genio, merce preziosa per questa “anonima italiana”, sia intatto perché la sregolatezza parrebbe archiviata, stando a un certo tipo di riflessioni. Tipo? «Dopo aver visto morire improvvisamente in campo atleti come Bovolenta e Morosini volevo mollare». È il pensiero triste, eppure sensibilmente stupendo di un Cassano che è da Euro 2004 (l’Italia del Trap tradita dal “biscotto” Danimarca-Svezia) che cerca se stesso e insegue la vera consacrazione internazionale.

«Voglio vincere il Pallone d’Oro», spara SuperMario. «Spero di continuare a giocare ancora un po’ e a divertirmi», dice un Cassano in pieno stile Prandelli. Non c’è difesa a tre che tenga o De Rossi in versione Cannavaro che funzioni o meno (a Zeman non piacendo). Se Mario e Antonio non si illuminano, questa Nazionale resterà al buio. E noi con loro.

Massimiliano Castellani
© riproduzione riservata

Gli Europei di calcio 1

Calcio, benvenuti all'Est

​Scherzosa e un po’ beffarda, la sorte ha deciso che la partita inaugurale degli Europei 2012 si giocherà tra Polonia e Grecia, una sfida altamente simbolica tra il Paese risorto da una lunga storia di miserie e privazioni e quello precipitato nel girone infernale della crisi più nera.

È con legittimo orgoglio che la Polonia ospiterà la grande manifestazione calcistica insieme con l’Ucraina. Per la prima volta un importante evento sportivo viene organizzato congiuntamente da due Paesi dell’Europa dell’Est, entrambi usciti dal comunismo ma con percorsi molto differenti. Da quando nel 2004 è entrata nell’Unione Europea, la Polonia non ha smesso di correre e oggi è l’unica nazione del vecchio continente, insieme alla Germania, che gode di un’invidiabile stabilità e di un forte dinamismo. Si capisce quindi il desiderio dei polacchi di trasformare gli Europei di calcio, che si aprirono venerdì prossimo, in una scintillante vetrina dei propri successi.

Tutti sanno che la Polonia è la terra di Giovanni Paolo II e di Solidarnosc, e anche i visitatori più distratti non faranno fatica a scoprire, girando per Varsavia, che i due più grandi viali del centro portano i fatidici nomi che hanno cambiato la storia. Ma in Occidente non sono del tutto scomparsi i vecchi stereotipi che considerano la Polonia come un pezzo di «un’altra Europa», grigia, triste e arretrata. Niente di più falso. Il più vasto e popoloso Stato fra tutti quelli entrati recentemente nella Ue è un Paese giovane, (40 milioni d’abitanti con età media sui 38 anni), una società vivace, una nazione ricca di cultura e aperta al mondo, attaccata alle sue tradizioni e al tempo stesso capace di grandi innovazioni. E per Euro 2012, nelle quattro città che ospiteranno il torneo, ce l’ha messa tutta al fine di sorprendere i visitatori con impianti sportivi avveniristici, inseriti in contesti urbani riqualificati e centri storici restaurati in tempi record.

A Varsavia il nuovo Stadion Narodowy è una gigantesca corona bianco-rossa, i colori della bandiera nazionale, che segna il profilo della capitale. Dotato di una copertura mobile a ombrello, non è solo un’arena sportiva ma una struttura multifunzionale con centri commerciali, piscine olimpioniche e spazi per grandi eventi. Costruito sul sito del campo di calcio d’epoca comunista, il nuovo stadio sorge sul lato sinistro della Vistola, a Praga (nulla a che vedere con la capitale della Repubblica ceca, Praha<+tondo> in lingua slava), l’unica zona sopravvissuta d’anteguerra, un quartiere tradizionalmente povero e malfamato che oggi è diventato modaiolo grazie a locali alternativi, centri culturali e gallerie d’arte nati all’interno di vecchie fabbriche dismesse.

Oltre alla capitale, la Polonia ha messo a disposizione dei campionati europei tre città fra le più importanti. Danzica, la culla di Solidarnosc, la cui epopea si può rivivere nel museo a fianco dei mitici cantieri navali dove scoppiò lo sciopero del 1980. Poznan, città d’arte con l’università frequentata di studenti di tutto il mondo. Wroclaw (Breslavia per gli italiani), incantevole città con 130 ponti, un tempo tedesca e oggi simbolo della rinascita industriale polacca. È rimasta esclusa Cracovia, la meta turistica e religiosa più conosciuta. Ma i tifosi italiani avranno occasione di visitarla perché gli azzurri faranno base a Wieliczka, nei pressi della famosa miniera di sale a 40 chilometri dalla città di papa Wojtyla, e si alleneranno nello stadio del Wisla Cracovia.

Punto debole sono le vie di comunicazione. «Evitate di viaggiare in auto», è il consiglio del giornale Gazeta Wyborcza. Le strade in Polonia sono rimaste quelle di trent’anni fa, per gli Europei di calcio sarà aperta l’autostrada Berlino-Varsavia, ma chi vorrà seguire la nostra nazionale a Varsavia, Danzica e Poznan sarà meglio che prenda l’aereo. E c’è chi, come l’inglese Bbc, ha lanciato l’allarme per il rischio violenze, puntando il dito contro il nazionalismo polacco. «Non c’è alcuna minaccia razzista» ha risposto seccato il premier Tusk. «Gosc w dom Bog w dom», «l’ospite a casa è come Dio in casa», recita un proverbio polacco citato anche dai vescovi nel loro appello a giocatori e tifosi. Ma resta la tensione per la partita Russia-Polonia, un altro scherzo del sorteggio che ha collocato nello stesso girone due nazioni storicamente ostili. A tal punto che il ministro polacco dello sport, la signora Joanna Mucha, ha chiesto alla delegazione russa di cambiare sede: troppo vicina al luogo dove, il 10 di ogni mese, il partito conservatore di Kaczynski tiene una manifestazione in ricordo della tragedia aerea di Smolensk in cui morirono il gemello presidente ed altre 95 persone.

Luigi Geninazzi
© riproduzione riservata

Fà riflettere............................................

Tra fanatismo e cinismo

sabato 9 giugno 2012
 Di fronte alla sofferenza si oscilla spesso tra due atteggiamenti fondamentali, in qualche modo opposti, ma in fondo coincidenti: il fanatismo e il cinismo. Il primo si esprime nell’ostinato tentativo di modellare la realtà secondo una propria idea, il secondo invece nella rassegnata rinuncia ad impegnarsi veramente nella realtà. Ambedue gli atteggiamenti concordano nella convinzione che la realtà così come è non abbia senso e non sia buona.
C’è un terzo atteggiamento che costituisce la vera alternativa al fanatismo e al cinismo: la serenità e la letizia. È l’atteggiamento di chi sa che la realtà ultimamente è buona. La saggezza popolare lo insegna con il seguente detto: «Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza». Spaemann chiama questo terzo atteggiamento «abbandono fiducioso» e ritiene che si tratti di una delle conquiste fondamentali della vita morale di una persona.
Come possono convivere letizia e sofferenza, letizia e morte? Solo nella misura in cui intuiamo che ultimamente anche la sofferenza e la morte hanno un senso, sono parte del volto buono del Mistero che fa tutte le cose. Dove sta allora il valore principale della malattia? Nell’essere profezia della morte. La morte sollecita l’uomo a rendersi conto di chi è lui e di chi è Dio, se accettiamo che sia Lui a decidere della nostra vita. 
Ho lavorato alcuni anni fa per il vescovo di Lugano Eugenio Corecco, colpito da una rara forma tumorale che lo portò alla morte. «La malattia – raccontava – se vissuta bene, è il momento pedagogico all’interno della vita umana che meglio di tutti gli altri ci può aiutare a capire chi siamo noi, chi è Lui e quanto più grande sia Lui». Dio, nella sofferenza, ci chiede di dare una risposta alla domanda se siamo disposti a fare la sua volontà. Tale domanda fa scoprire tutta la nostra solitudine. Nessuno infatti può sostituirsi alla nostra libertà. Ma come abbiamo detto all’inizio, tra il fanatismo di chi vuole l’impossibile e il cinismo di chi non si muove, c’è una terza possibilità. Quella dell’uomo sereno che si impegna davvero, abbandonandosi alla potenza di Dio.


© Riproduzione Riservata.

 




giovedì 7 giugno 2012

oggi si legge................................

Il Signore sulle strade del mondo

Una festa della fede, una sorta di «catechesi popolare» che si lega alla storia di numerose città. Il Santissimo Sacramento esce dalle mura delle chiese per abitare le vie e le piazze attraverso le processioni, che in molti casi sono accompagnate dalle tradizionali «infiorate».

Oggi la Chiesa celebra il Corpus Domini, una solennità relativamente recente, istituita nel 1264 da papa Urbano IV con la bolla Transiturus de hoc mundo e firmata in seguito al miracolo di Bolsena dell’anno precedente, quando un sacerdote boemo, assalito dai dubbi sulla reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, celebrando la Messa vide sgorgare sangue dall’ostia.

Dalle metropoli ai piccoli centri questa solennità, in cui il mistero del pane spezzato viene proposto all’adorazione e alla meditazione, chiama a raccolta migliaia di fedeli. Oggi a Roma, alle 19, Benedetto XVI celebrerà la Messa sul sagrato di San Giovanni in Laterano, per poi presiedere la processione che, percorrendo via Merulana, arriverà fino alla basilica di Santa Maria Maggiore.

A Milano la ricorrenza liturgica quest’anno rappresenterà anche un’occasione di ringraziamento per le ricche giornate del VII Incontro mondiale delle famiglie. Oggi, dopo la Messa delle 20 nella Basilica di San Carlo al Corso presieduta dal cardinale Angelo Scola, partirà la processione che passerà per le vie del centro storico e si concluderà in Duomo.

A Torino, invece, il Corpus Domini coincide con l’anniversario del miracolo eucaristico del 6 giugno del 1453 quando, in seguito a un furto in una chiesa, un’ostia consacrata si sollevò dalla sacca di un mulo e rimase sospesa in cielo. Ieri sera l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha celebrato in Cattedrale la Messa a cui poi è seguita la processione.

In Emilia Romagna la celebrazione è condizionata dagli eventi sismici delle ultime settimane. Proprio a causa del terremoto a Bologna l’Eucaristia, presieduta dal cardinale Carlo Caffarra, si svolgerà stasera nei cortili dell’Istituto salesiano. Con molte chiese storiche danneggiate e dunque inagibili, nell’arcidiocesi di Modena-Nonantola la celebrazione il Corpus Domini si terrà stasera nella parrocchia di Gesù Redentore. Seguirà una breve processione eucaristica che sarà dedicata in modo particolare alle vittime del sisma. La Chiesa di Ferrara-Comacchio ha scelto invece di celebrare la solennità nella "piccola" Copparo, perché soprattutto in questi momenti difficili, è importante che la comunità capisca come nel territorio dell’arcidiocesi non esistano né centri né periferie.

A Firenze stasera il cardinale Giuseppe Betori guiderà la processione con l’Eucaristia che partirà dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore per concludersi in Santa Maria Novella. Nella Chiesa di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, a causa di alcuni cantieri presenti nel centro storico del capoluogo lucano, la tradizionale processione presieduta dall’arcivescovo Agostino Superbo subirà dei cambiamenti di percorso, ma vedrà come sempre una grande partecipazione di fedeli.

In alcune zone di Lazio, Umbria e Molise il Corpus Domini si intreccia anche con le dimensioni culturali e artistiche. A Campobasso, ad esempio, domenica si terrà la tradizionale sfilata dei «misteri», con il passaggio per le vie della città di tredici carri portati a spalla su cui sono rappresentate «scene sacre». Novità di quest’anno, annunciata dall’arcivescovo di Campobasso-Bojano Giancarlo Maria Bregantini, la «Tenda dell’Eucaristia» con la distribuzione della colazione e del pranzo a tutti i poveri e i disagiati che si recheranno nel capoluogo molisano in occasione della solennità.

Non mancheranno in molti comuni le caratteristiche «infiorate». Allestimenti di tappeti colorati e profumati che vanno a formare dei veri e propri quadri naturali. La tradizione, nel segno della devozione popolare, si rinnova ogni anno in molti comuni laziali, da Bolsena a Gerano. In queste località i maestri infioratori si cimentano in creazioni artistiche utilizzando petali di garofano, la ginestra per "fare" il giallo e la cosiddetta «finocchiella» per il verde. Tra gli appuntamenti storici e più conosciuti c’è senz’altro quello di Spello, in Umbria, dove domenica gli organizzatori si metteranno a lavoro già dalle prime luci dell’alba per realizzare ben 60 opere. Come ogni anno, tra sabato e domenica, si riempirà di colori e profumi anche il borgo di Torricella Sicura, dove si svolgerà un’infiorata ormai entrata nel cuore di tanti fedeli della diocesi di Teramo-Atri.

Un’infiorata meno conosciuta, ma quest’anno particolarmente sentita, è quella di Brugnato, borgo di 1.200 anime in provincia di La Spezia. Qui gli effetti dell’alluvione dell’ottobre scorso sono ancora visibili, le attività commerciali fanno fatica a risollevarsi e la solennità del Corpus Domini è richiamo di speranza.

Luca Mazza

mercoledì 6 giugno 2012

un'altra passione:mangiare3

martedì 5 giugno 2012

un'altra passione mangiare 2

Tortiglioni carciofi e fave