venerdì 25 maggio 2012
giovedì 24 maggio 2012
Esperienze ...................................................
La sfida esigente dell’educazione: “vivere” con gli alunni la grammatica del cuore
Autore: Paniccia, Antonella Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 24 maggio 2012
In una località della provincia di Frosinone, nostalgica icona di un tempo passato, c’è una piccola scuola primaria: cinque aule, grandi finestre, un largo corridoio e, all’esterno, un cortile.
In classe quarta, ventitré alunni: alcuni tranquilli e sereni, altri vivaci, fragorosi, talvolta un po’ litigiosi. “Una classe terribile!” mi fu sussurrato il 18 novembre 2010, non appena assunsi servizio. Il primo impatto non fu semplice. Indomiti e fieri i nuovi allievi, esuberanti un po’ troppo, rumorosi all’eccesso. In realtà, più che “terribile”, la classe a me appariva “pittoresca”. Un vociare incessante, palline di carta e aeroplanini che volteggiavano in aria, sforbiciatine di capelli al compagno di banco, un taglietto al grembiulino, uno sgambetto di qua, qualche parola fuori posto di là… e poi, banchi spostati, qualche sedia rovesciata, zaini in disordine sul pavimento: per raggiungere la porta, bisognava essere campioni di slalom! Superato un problema di salute e riacquistata una splendida vitalità, io avevo scelto quella sede vagheggiando un ambiente tranquillo… ma non sembrava davvero l’ideale! Ogni volta che tornavo a casa bramavo solo il silenzio: niente televisione, niente telefono, isolamento completo. Mio marito mi osservava preoccupato… era diventato invisibile ai miei occhi! Mi dirigevo verso la mia camera e mi lasciavo scivolare nel letto, esausta: con la testa sotto le coperte mi sentivo al sicuro, come un bambino nel grembo materno. Come sopravvivere a tanto trambusto? Forse… potevo urlare! Ma non era il mio stile pedagogico, e la mia voce, ahimè, non avrebbe superato quella degli alunni. Potevo elargire punizioni! Non era la scelta migliore. Sconsolata, mi resi conto che nessun pedagogista sarebbe potuto venire in mio soccorso. Una simile situazione non era contemplata in nessun manuale didattico. Mi sentivo sfinita. Nello sconforto, illuminante intuizione, cominciai a recitare la preghiera allo Spirito Santo: “…Consolatore perfetto… dolcissimo sollievo… Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la Tua forza nulla è nell’uomo”… Senza la Tua forza nulla è nell’uomo… Ripetei più volte nella mia mente questa frase... Era la risposta che cercavo!
In una splendida mattina di fine autunno un tenue sole faceva brillare le fiammeggianti foglie degli alberi, leggermente agitate dal vento. Era uno spettacolo che ti riempiva gli occhi e il cuore di gratitudine ed io giunsi a scuola piena di felicità. Appena entrata in classe, mi feci il segno della croce e rimasi qualche attimo in silenzio mentre chiedevo al Signore di donarmi la Sua forza. Allora vidi quarantasei-occhi-quarantasei che mi scrutavano. Nell’aula era calato un insolito silenzio. L’alunno più ardito mi chiese spiegazioni, ed io gli risposi: “Capita spesso che voi bambini vi comportiate come se non ci fosse l’insegnante. Non prestate ascolto e, in tal modo, non potete comprendere. Come vedete, con le mie sole forze io non posso farcela ad educarvi… Ho bisogno di aiuto. E chi mai potrà darmelo? Così, prego il Signore di ispirarmi le parole giuste per arrivare al vostro cuore ed al vostro intelletto”. Mi accorsi di aver colto davvero nel segno: i bambini, forse sorpresi dalla mia sincerità, erano rimasti seri seri ad ascoltare. Nei giorni successivi cominciarono ad essere in sintonia con me, ed a sorridere quando, con qualche frase spiritosa, cercavo di allentare la fatica della lezione. Si erano fatti più attenti ed io, ormai, conoscevo i loro nomi: così potevo chiamarli, interessarli, coinvolgerli. Avevano acquisito un buon ritmo di lavoro ma non c’era ancora armonia fra loro e, come note di un pianoforte scordato, le incomprensioni e i bisticci spesso li dividevano. Ero certa, però, che un varco per penetrare nel loro animo presto l’avrei trovato. Un giorno, togliendomi dalle mani una pesante cartella, un alunno mi chiese: “Maestra, perché oggi non la diciamo tutti insieme, ad alta voce?” - Diciamo cosa? - risposi. “Ma la preghiera che fai tu a mente la mattina!”. Quella richiesta inattesa mi lasciò dubbiosa. D’improvviso, riaffiorarono nella mia mente gli echi delle falsità che erano state diffuse prima che io arrivassi in quella scuola, quando “una voce” mi aveva preceduta seminando angoscia fra i genitori. Ipocritamente, la voce aveva suscitato discordia annunciando: “In questa scuola verrà un’insegnante che in classe fa solo religione!”. Questa l’accusa, questo il motivo per il quale bisognava “stracciarsi le vesti” e protestare… Neanche fosse stata una bestemmia!
Cosa importa, poi, se quel “fa religione” implicava un lavoro intenso, scientifico, uno studio accurato sulla preziosità e sulla difesa della vita, sui valori, sulla famiglia? Iniquamente, veniva occultata ad arte la mia attività di insegnante di italiano, di matematica, di scienze, di informatica, di storia, di geografia; allo stesso modo venivano ignorati i magnifici lavori didattici realizzati in tanti anni di scuola e un curriculum denso di studi giuridici e pedagogici. Nella nuova scuola ero “una che fa solo religione”. E pensare che Gold Indire del MIUR mi aveva egregiamente premiata per il miglior lavoro informatico dell’anno, e l’aveva pubblicato fra le gold practices sulla Banca Dati Nazionale! Sarebbe bastato guardare un attimo indietro: mai mi erano mancati pubblici riconoscimenti. Il 24 maggio 2002, l’avvocato Antonio Buongiovanni, Presidente del Rotary Club, nell’ambito di un convegno di bioetica e di difesa della vita, mi aveva convocata con gli alunni sul palco dell’Aula Pacis dell’Università di Cassino, per presentare il nostro libro “Ho voglia di vivere”. Erano presenti il magistrato on. Carlo Casini, il Prof. Paolo Vigo, Magnifico Rettore dell’Università e S.E. Mons. Bernardo D’Onorio, Abate Ordinario di Montecassino. C’era anche l’onorevole Olimpia Tarzia, Presidente delle Politiche Familiari. Gentilissima, mi inviò una meravigliosa mail ringraziandomi per la significativa testimonianza che il mio impegno, combinato con l’entusiasmo dei bambini della mia classe, aveva prodotto.
E nell’aprile 2008 anche il Cardinale Camillo Ruini, al quale avevo donato il mio libro “La grammatica del cuore”, mi aveva scritto rallegrandosi per il mio lavoro didattico.
Ancora, il 15 luglio 2010, il professore Guido Petter, ordinario nell’Università di Padova, mi scriveva dal Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione: “… Le esprimo la mia ammirazione per la cura che ha posto nel raccogliere e presentare la documentazione relativa ai cinque anni di insegnamento con quel gruppo di bambini… Penso siano stati davvero fortunati ad avere un’insegnante come lei!… Credo che questi Suoi allievi conserveranno per tutta la loro vita il ricordo di una maestra che li ha aiutati a crescere, ha voluto loro bene...”
Eppure, nella nuova scuola, aleggiava ancora il soffio di una vile presentazione. Ciò mi spinse a rispondere all’alunno che, se i compagni lo desideravano, potevano recitare a mente una breve preghiera. Così, la mattina mi capitava di vedere i bambini restare qualche attimo in silenzio per pregare. Presto, però, essi tornarono a chiedermi di recitarla tutti insieme. Insistentemente.
La loro richiesta era un desiderio profondo del cuore ed ogni mia perplessità si dissolse dinanzi alla schiettezza e alla semplicità che leggevo nei loro visi. Così decidemmo di iniziare le nostre attività scolastiche con una invocazione: “Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce, illumina le nostre menti, riempi i nostri cuori!”. Quindici secondi ogni mattina… e un anno intero di benefici. Conquistata la fiducia dei miei allievi, pian piano vidi il loro atteggiamento mutare. Attraverso l’ascolto e il dialogo, stava maturando in essi un interesse autentico, una nuova sensibilità germogliava; così, mentre facevo lezione di matematica o di scienze, in classe si percepiva una profonda tensione cognitiva. Ero certa che lo Spirito Santo stesse operando invisibili miracoli nei cuori. Una volta, in un’intervista, Claudio Risé ebbe a dichiarare: “Il maestro è una figura dell’anima, è qualcuno a cui tu, allievo, riconosci la capacità di insegnarti qualcosa che hai bisogno di apprendere per vivere come soggetto, e non come schiavo… Il maestro è formatore e suscitatore di libertà… Essere maestri vuol dire mettersi in ascolto del magister interiore: il Padre, che ci cerca, e senza stancarsi parla dentro di noi”.
Con piacevole sorpresa, cominciai a ricevere bigliettini da Alisia, orsetti disegnati da Emanuele, lettere di Alessia. Nei quaderni, spiccavano i cuori di Eleonora, i fiori di Alina, le frasi affettuose di Claudia, di Federica, e di tanti altri. Trascorse così il primo anno con loro: a volte reso difficile da chi, ignobilmente, aveva solcato il terreno con calunnie; altre volte denso di autentiche soddisfazioni. Ora, in quarta, gli alunni sono più maturi, si lasciano interrogare volentieri, e sono impazienti di lasciare una traccia del loro cammino nella scuola primaria. Per questo, vorrebbero che scrivessi un libro insieme a loro. Un alunno, quest’anno, ha voluto imparare tutta l’invocazione allo Spirito Santo: l’ha cercata su internet e ne ha fatto fotocopie per i compagni. Insieme la recitano, meditandola parola per parola. Ne hanno colto il significato e il valore, ne hanno compreso la profondità e sperimentato l’aiuto nelle difficoltà. Hanno pregato per i nonni malati, per un nonno volato in cielo, per la mamma di un’alunna che era in ospedale, per un piccolo amico operato al cuore. Sono incredibili i bambini! Il loro animo è una miniera di sentimenti preziosi. Mi stupiscono tutti i giorni perché ti accorgi che stanno lì ad attenderti, a chiedersi chissà quali belle cose impareranno oggi. Quando spiego, ora c’è un silenzio profondo e ci sono occhi che ti fissano intensamente per capire e accogliere nella mente ogni parola. Mi commuove vederli così: basta solo interessarli un pochino toccando le corde del loro essere, coinvolgendoli emotivamente. Se poi li gratifichi con un complimento, sono capaci di travolgerti con un abbraccio affettuoso. La loro attenzione è sorprendente. E’ un piacere vederli lavorare sereni. E’ una gioia ammirare la diligenza, la precisione e la cura con cui eseguono i compiti: i quaderni raccontano i loro progressi, l’entusiasmo, la passione per le cose che fanno. In cambio desiderano essere ascoltati, elogiati, anche rimproverati se necessario, ma sempre nel rispetto della loro dignità. Hanno bisogno di fiducia e di comprensione, come anche di regole precise, di autorevolezza e di autorità. Mi tornano in mente le parole di S.E. mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo: “L’educazione è una sfida esigente. Una delle tentazioni delle insegnanti è quella di nascondersi dietro la materia che insegnano. Oggi, c’è urgenza di educatori che insegnino a vivere i valori. Nella sfida dell’educazione, al primo posto va collocata la relazione con l’alunno. Ove non si riesca a stabilire il rapporto, il processo educativo è fallito in partenza. Se fondiamo solo sulla disciplina, abbiamo già chiuso. L’educazione autentica è educazione ad esercitare la propria libertà…”. Com’è vero! Senza relazione con l’alunno, si fallisce: non può esserci educazione. L’esperienza didattica con questi ragazzi ne è una conferma.
E se qualche volta può accadere che la loro libertà superi certi limiti, manifesto loro un mio segreto sogno: “Ragazzi, sto pensando di andare in pensione!”. Allora Silvia, con un sorriso incantevole, replica prontamente: “Maestra, ci potrai andare solo quando noi andremo al liceo!” - Come mai? - rispondo preoccupata, dal momento che mi terrorizza l’idea di invecchiare a scuola. “Quando saremo alle medie - risponde - noi ci affacceremo alla finestra della scuola, qui di fronte, e continueremo a vederti e a salutarti!”. Che dire? Mattia mi ha svelato che ha letto il mio libro solo sedici volte e che ogni volta si commuove. Come non ringraziarli per il loro affetto? Gaia, Michela, Manuel, Marika, Tommaso, Francesco (ce ne sono tre), Giuseppe, Alex, Domenico, Filippo, Mattia, Leonardo… ora li ho ricordati tutti! Dolci o irrequieti, silenziosi o loquaci, ubbidienti o impertinenti… Comunque ragazzi attivi e laboriosi. Pochi giorni fa, nel corso della Fiera del Libro 2012, a conclusione di un percorso logico-poetico, hanno presentato “Matematica e Bellezza”: fede e ragione, un binomio sapientemente coniugato da alunni di dieci anni. Questi sono oggi i ragazzi di quarta. Sicuramente vivaci e un po’ chiacchieroni, ma ricchi interiormente, desiderosi di impegnarsi per migliorare, capaci di amore e devozione per la vita. Ragazzi che studiano. Ragazzi che pregano. Nessuno glielo ha chiesto. Era un desiderio accovacciato nel loro cuore chissà da quanto tempo e, prorompente, è affiorato alla prima occasione. E la prima occasione è stata una nuova insegnante. “Una che fa religione”. Insieme a matematica, scienze, tecnologia e informatica! E’ scritto nei salmi: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza… Alzano i fiumi la loro voce, alzano i fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore”.
Oggi, 25 maggio, è il giorno del compleanno di mia madre: devo a lei ogni insegnamento germogliato nel mio animo, ogni grammatica del cuore esercitata nella mia vita e tutta la bellezza della matematica che insegno ai miei allievi. A lei, che mi guarda da un cielo di Luce, dono oggi questo pensiero, frutto del suo amore, insieme alla mia gioia e soddisfazione di insegnante
In classe quarta, ventitré alunni: alcuni tranquilli e sereni, altri vivaci, fragorosi, talvolta un po’ litigiosi. “Una classe terribile!” mi fu sussurrato il 18 novembre 2010, non appena assunsi servizio. Il primo impatto non fu semplice. Indomiti e fieri i nuovi allievi, esuberanti un po’ troppo, rumorosi all’eccesso. In realtà, più che “terribile”, la classe a me appariva “pittoresca”. Un vociare incessante, palline di carta e aeroplanini che volteggiavano in aria, sforbiciatine di capelli al compagno di banco, un taglietto al grembiulino, uno sgambetto di qua, qualche parola fuori posto di là… e poi, banchi spostati, qualche sedia rovesciata, zaini in disordine sul pavimento: per raggiungere la porta, bisognava essere campioni di slalom! Superato un problema di salute e riacquistata una splendida vitalità, io avevo scelto quella sede vagheggiando un ambiente tranquillo… ma non sembrava davvero l’ideale! Ogni volta che tornavo a casa bramavo solo il silenzio: niente televisione, niente telefono, isolamento completo. Mio marito mi osservava preoccupato… era diventato invisibile ai miei occhi! Mi dirigevo verso la mia camera e mi lasciavo scivolare nel letto, esausta: con la testa sotto le coperte mi sentivo al sicuro, come un bambino nel grembo materno. Come sopravvivere a tanto trambusto? Forse… potevo urlare! Ma non era il mio stile pedagogico, e la mia voce, ahimè, non avrebbe superato quella degli alunni. Potevo elargire punizioni! Non era la scelta migliore. Sconsolata, mi resi conto che nessun pedagogista sarebbe potuto venire in mio soccorso. Una simile situazione non era contemplata in nessun manuale didattico. Mi sentivo sfinita. Nello sconforto, illuminante intuizione, cominciai a recitare la preghiera allo Spirito Santo: “…Consolatore perfetto… dolcissimo sollievo… Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la Tua forza nulla è nell’uomo”… Senza la Tua forza nulla è nell’uomo… Ripetei più volte nella mia mente questa frase... Era la risposta che cercavo!
In una splendida mattina di fine autunno un tenue sole faceva brillare le fiammeggianti foglie degli alberi, leggermente agitate dal vento. Era uno spettacolo che ti riempiva gli occhi e il cuore di gratitudine ed io giunsi a scuola piena di felicità. Appena entrata in classe, mi feci il segno della croce e rimasi qualche attimo in silenzio mentre chiedevo al Signore di donarmi la Sua forza. Allora vidi quarantasei-occhi-quarantasei che mi scrutavano. Nell’aula era calato un insolito silenzio. L’alunno più ardito mi chiese spiegazioni, ed io gli risposi: “Capita spesso che voi bambini vi comportiate come se non ci fosse l’insegnante. Non prestate ascolto e, in tal modo, non potete comprendere. Come vedete, con le mie sole forze io non posso farcela ad educarvi… Ho bisogno di aiuto. E chi mai potrà darmelo? Così, prego il Signore di ispirarmi le parole giuste per arrivare al vostro cuore ed al vostro intelletto”. Mi accorsi di aver colto davvero nel segno: i bambini, forse sorpresi dalla mia sincerità, erano rimasti seri seri ad ascoltare. Nei giorni successivi cominciarono ad essere in sintonia con me, ed a sorridere quando, con qualche frase spiritosa, cercavo di allentare la fatica della lezione. Si erano fatti più attenti ed io, ormai, conoscevo i loro nomi: così potevo chiamarli, interessarli, coinvolgerli. Avevano acquisito un buon ritmo di lavoro ma non c’era ancora armonia fra loro e, come note di un pianoforte scordato, le incomprensioni e i bisticci spesso li dividevano. Ero certa, però, che un varco per penetrare nel loro animo presto l’avrei trovato. Un giorno, togliendomi dalle mani una pesante cartella, un alunno mi chiese: “Maestra, perché oggi non la diciamo tutti insieme, ad alta voce?” - Diciamo cosa? - risposi. “Ma la preghiera che fai tu a mente la mattina!”. Quella richiesta inattesa mi lasciò dubbiosa. D’improvviso, riaffiorarono nella mia mente gli echi delle falsità che erano state diffuse prima che io arrivassi in quella scuola, quando “una voce” mi aveva preceduta seminando angoscia fra i genitori. Ipocritamente, la voce aveva suscitato discordia annunciando: “In questa scuola verrà un’insegnante che in classe fa solo religione!”. Questa l’accusa, questo il motivo per il quale bisognava “stracciarsi le vesti” e protestare… Neanche fosse stata una bestemmia!
Cosa importa, poi, se quel “fa religione” implicava un lavoro intenso, scientifico, uno studio accurato sulla preziosità e sulla difesa della vita, sui valori, sulla famiglia? Iniquamente, veniva occultata ad arte la mia attività di insegnante di italiano, di matematica, di scienze, di informatica, di storia, di geografia; allo stesso modo venivano ignorati i magnifici lavori didattici realizzati in tanti anni di scuola e un curriculum denso di studi giuridici e pedagogici. Nella nuova scuola ero “una che fa solo religione”. E pensare che Gold Indire del MIUR mi aveva egregiamente premiata per il miglior lavoro informatico dell’anno, e l’aveva pubblicato fra le gold practices sulla Banca Dati Nazionale! Sarebbe bastato guardare un attimo indietro: mai mi erano mancati pubblici riconoscimenti. Il 24 maggio 2002, l’avvocato Antonio Buongiovanni, Presidente del Rotary Club, nell’ambito di un convegno di bioetica e di difesa della vita, mi aveva convocata con gli alunni sul palco dell’Aula Pacis dell’Università di Cassino, per presentare il nostro libro “Ho voglia di vivere”. Erano presenti il magistrato on. Carlo Casini, il Prof. Paolo Vigo, Magnifico Rettore dell’Università e S.E. Mons. Bernardo D’Onorio, Abate Ordinario di Montecassino. C’era anche l’onorevole Olimpia Tarzia, Presidente delle Politiche Familiari. Gentilissima, mi inviò una meravigliosa mail ringraziandomi per la significativa testimonianza che il mio impegno, combinato con l’entusiasmo dei bambini della mia classe, aveva prodotto.
E nell’aprile 2008 anche il Cardinale Camillo Ruini, al quale avevo donato il mio libro “La grammatica del cuore”, mi aveva scritto rallegrandosi per il mio lavoro didattico.
Ancora, il 15 luglio 2010, il professore Guido Petter, ordinario nell’Università di Padova, mi scriveva dal Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione: “… Le esprimo la mia ammirazione per la cura che ha posto nel raccogliere e presentare la documentazione relativa ai cinque anni di insegnamento con quel gruppo di bambini… Penso siano stati davvero fortunati ad avere un’insegnante come lei!… Credo che questi Suoi allievi conserveranno per tutta la loro vita il ricordo di una maestra che li ha aiutati a crescere, ha voluto loro bene...”
Eppure, nella nuova scuola, aleggiava ancora il soffio di una vile presentazione. Ciò mi spinse a rispondere all’alunno che, se i compagni lo desideravano, potevano recitare a mente una breve preghiera. Così, la mattina mi capitava di vedere i bambini restare qualche attimo in silenzio per pregare. Presto, però, essi tornarono a chiedermi di recitarla tutti insieme. Insistentemente.
La loro richiesta era un desiderio profondo del cuore ed ogni mia perplessità si dissolse dinanzi alla schiettezza e alla semplicità che leggevo nei loro visi. Così decidemmo di iniziare le nostre attività scolastiche con una invocazione: “Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce, illumina le nostre menti, riempi i nostri cuori!”. Quindici secondi ogni mattina… e un anno intero di benefici. Conquistata la fiducia dei miei allievi, pian piano vidi il loro atteggiamento mutare. Attraverso l’ascolto e il dialogo, stava maturando in essi un interesse autentico, una nuova sensibilità germogliava; così, mentre facevo lezione di matematica o di scienze, in classe si percepiva una profonda tensione cognitiva. Ero certa che lo Spirito Santo stesse operando invisibili miracoli nei cuori. Una volta, in un’intervista, Claudio Risé ebbe a dichiarare: “Il maestro è una figura dell’anima, è qualcuno a cui tu, allievo, riconosci la capacità di insegnarti qualcosa che hai bisogno di apprendere per vivere come soggetto, e non come schiavo… Il maestro è formatore e suscitatore di libertà… Essere maestri vuol dire mettersi in ascolto del magister interiore: il Padre, che ci cerca, e senza stancarsi parla dentro di noi”.
Con piacevole sorpresa, cominciai a ricevere bigliettini da Alisia, orsetti disegnati da Emanuele, lettere di Alessia. Nei quaderni, spiccavano i cuori di Eleonora, i fiori di Alina, le frasi affettuose di Claudia, di Federica, e di tanti altri. Trascorse così il primo anno con loro: a volte reso difficile da chi, ignobilmente, aveva solcato il terreno con calunnie; altre volte denso di autentiche soddisfazioni. Ora, in quarta, gli alunni sono più maturi, si lasciano interrogare volentieri, e sono impazienti di lasciare una traccia del loro cammino nella scuola primaria. Per questo, vorrebbero che scrivessi un libro insieme a loro. Un alunno, quest’anno, ha voluto imparare tutta l’invocazione allo Spirito Santo: l’ha cercata su internet e ne ha fatto fotocopie per i compagni. Insieme la recitano, meditandola parola per parola. Ne hanno colto il significato e il valore, ne hanno compreso la profondità e sperimentato l’aiuto nelle difficoltà. Hanno pregato per i nonni malati, per un nonno volato in cielo, per la mamma di un’alunna che era in ospedale, per un piccolo amico operato al cuore. Sono incredibili i bambini! Il loro animo è una miniera di sentimenti preziosi. Mi stupiscono tutti i giorni perché ti accorgi che stanno lì ad attenderti, a chiedersi chissà quali belle cose impareranno oggi. Quando spiego, ora c’è un silenzio profondo e ci sono occhi che ti fissano intensamente per capire e accogliere nella mente ogni parola. Mi commuove vederli così: basta solo interessarli un pochino toccando le corde del loro essere, coinvolgendoli emotivamente. Se poi li gratifichi con un complimento, sono capaci di travolgerti con un abbraccio affettuoso. La loro attenzione è sorprendente. E’ un piacere vederli lavorare sereni. E’ una gioia ammirare la diligenza, la precisione e la cura con cui eseguono i compiti: i quaderni raccontano i loro progressi, l’entusiasmo, la passione per le cose che fanno. In cambio desiderano essere ascoltati, elogiati, anche rimproverati se necessario, ma sempre nel rispetto della loro dignità. Hanno bisogno di fiducia e di comprensione, come anche di regole precise, di autorevolezza e di autorità. Mi tornano in mente le parole di S.E. mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo: “L’educazione è una sfida esigente. Una delle tentazioni delle insegnanti è quella di nascondersi dietro la materia che insegnano. Oggi, c’è urgenza di educatori che insegnino a vivere i valori. Nella sfida dell’educazione, al primo posto va collocata la relazione con l’alunno. Ove non si riesca a stabilire il rapporto, il processo educativo è fallito in partenza. Se fondiamo solo sulla disciplina, abbiamo già chiuso. L’educazione autentica è educazione ad esercitare la propria libertà…”. Com’è vero! Senza relazione con l’alunno, si fallisce: non può esserci educazione. L’esperienza didattica con questi ragazzi ne è una conferma.
E se qualche volta può accadere che la loro libertà superi certi limiti, manifesto loro un mio segreto sogno: “Ragazzi, sto pensando di andare in pensione!”. Allora Silvia, con un sorriso incantevole, replica prontamente: “Maestra, ci potrai andare solo quando noi andremo al liceo!” - Come mai? - rispondo preoccupata, dal momento che mi terrorizza l’idea di invecchiare a scuola. “Quando saremo alle medie - risponde - noi ci affacceremo alla finestra della scuola, qui di fronte, e continueremo a vederti e a salutarti!”. Che dire? Mattia mi ha svelato che ha letto il mio libro solo sedici volte e che ogni volta si commuove. Come non ringraziarli per il loro affetto? Gaia, Michela, Manuel, Marika, Tommaso, Francesco (ce ne sono tre), Giuseppe, Alex, Domenico, Filippo, Mattia, Leonardo… ora li ho ricordati tutti! Dolci o irrequieti, silenziosi o loquaci, ubbidienti o impertinenti… Comunque ragazzi attivi e laboriosi. Pochi giorni fa, nel corso della Fiera del Libro 2012, a conclusione di un percorso logico-poetico, hanno presentato “Matematica e Bellezza”: fede e ragione, un binomio sapientemente coniugato da alunni di dieci anni. Questi sono oggi i ragazzi di quarta. Sicuramente vivaci e un po’ chiacchieroni, ma ricchi interiormente, desiderosi di impegnarsi per migliorare, capaci di amore e devozione per la vita. Ragazzi che studiano. Ragazzi che pregano. Nessuno glielo ha chiesto. Era un desiderio accovacciato nel loro cuore chissà da quanto tempo e, prorompente, è affiorato alla prima occasione. E la prima occasione è stata una nuova insegnante. “Una che fa religione”. Insieme a matematica, scienze, tecnologia e informatica! E’ scritto nei salmi: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza… Alzano i fiumi la loro voce, alzano i fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore”.
Oggi, 25 maggio, è il giorno del compleanno di mia madre: devo a lei ogni insegnamento germogliato nel mio animo, ogni grammatica del cuore esercitata nella mia vita e tutta la bellezza della matematica che insegno ai miei allievi. A lei, che mi guarda da un cielo di Luce, dono oggi questo pensiero, frutto del suo amore, insieme alla mia gioia e soddisfazione di insegnante
mercoledì 23 maggio 2012
C'è il silenzio ..........
Caro Dio....
scusami se ti disturbo! Con tutte le cose che avrai da fare, perdere tempo a leggere la letterina di una qualunque...scritta su facebook, poi.....
E scusami anche se mi sono presa l'ardire di farlo direttamente ma non ho molto stima dei tuoi "segretari" .....
A proposito....ma come fai a tollerare tutti questi corvi neri che parlano a nome tuo, dicendo cose differenti?
Caro Dio, p...er favore, torna a guardarci...quaggiù non si capisce più niente....
Ci si accapiglia, ci si insulta, ci si odia...
Si compiono gesti terribili...
Dove eri, Dio quando quel papà ha lanciato dalla finestra i suoi due bambini, un maschietto di 4 anni e una fermminuccia di 14 mesi......per poi buttarsi di sotto anche lui?
E quando quell'altro papà ha lanciato il figlioletto nel Tevere?
Dio dove eri quando quelle ragazze entravano a scuola e la mano di un pazzo le ha fatte saltare per aria? e quando quella mamma ha messo dentro la lavatrice la sua piccolina di 10 mesi? oh Dio mio....come puoi permettere che tuoi figli innocenti muoiano così atrocemente...??? tu sai tutto di noi... sai leggere nei nostri cuori.... sei nostro Padre.... ci ami uno ad uno indistintamente.....
Perchè permetti che accadano di queste cose?
Ho provato a chiedere a qualche tuo portaborse.....
Mi hanno parlato di "libero arbitrio"....
Ma quale libero arbitrio può avere un bambino che è gettato dentro la spazzatura o lanciato come fosse un fantoccio o fatto saltare per aria...????
Altri ancora mi hanno detto invece che trattasi di un tuo " disegno"...
Dio.....ma che disegno è questo?
Un acquarello? Un olio? Tempera....carboncino?
Io ti stimo tanto Dio.
E come me, tanta e tanta gente ti vuole bene.
Facile per te amarci dal momento che ci conosci uno ad uno....ma noi non ti conosciamo....non ti sei mai palesato......ci hai mai pensato a questo? Noi ti
amiamo pur non conoscendoti....
E allora, Dio, non abbandonarci sebbene noi con te lo abbiamo fatto...
Non lasciarci nel buio...ne abbiamo tanta paura....
Io credo che mai come in questo momento ci sia bisogno di te...ma se tu latiti, è la fine....
Quanta disperazione Dio mio.....quante lacrime.....quanto dolore....
Why?
Perchè........
Regalaci un arcobaleno, Dio.....un arcobaleno dai mille colori...per tornare a sperare che qualcosa di buono possa ancora accadere...
Perdona, se puoi, le nostre infinite debolezze, ma non lasciarci soli....
Stiamo sprofondando sempre più....se tu non allunghi la mano, finiremo con l'affondare...
Aiutaci ad essere degni di esserti figli.
Ma tu non dimenticarti di esserci Padre.Visualizza altro
martedì 22 maggio 2012
Lo sport che piace a me 2
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C'è l'investitura ufficiale del Coni per la portabandiera azzurra:
«Una delle emozioni più grandi». Petrucci: «Campionessa non solo in pedana»
Poteva essere il portabandiera già a Pechino, con tutto quello che aveva vinto. Ha dovuto attendere quattro anni, ma le sono serviti per accrescere la voglia di «rappresentare un Paese che non si arrende e che eccelle in tutto», perché portare il tricolore ai Giochi «è come vincere una medaglia olimpica». Valentina Vezzali di emozioni forti ne ha vissute tante: cinque podi olimpici, con tre titoli individuali vinti di fila e una pioggia di medaglie mondiali che fanno di lei la regina del fioretto, ma sfilare il prossimo 27 luglio nello stadio di Londra «è un onore immenso, corono un sogno» ha detto la schermitrice delle Fiamme Oro, accolta al salone d’onore del Coni dove davanti al consiglio nazionale (presente il capo della Polizia Antonio Manganelli) il presidente Gianni Petrucci ha formalizzato la scelta.
«Non c’è una persona in Italia che possa essere contraria a un portabandiera così - ha detto il capo dello sport - ha vinto tutto, non c’erano dubbi su di lei. È stata una decisione facile, era la favorita e poi quando scelsi Antonio Rossi nel 2008 a lei dissi che lo avrebbe fatto alle Olimpiadi successive. Insomma avevamo questo credito... È un’atleta modello, è un’icona dello sport, anche perchè è una campionessa dentro e fuori il campo gara».
La schermitrice insomma di concorrenza ne aveva poca, anche se nella rosa dei nomi c’erano olimpioniche di pregio come Josefa Idem e Alessandra Sensini. Nessun timore per la Vezzali di stancarsi troppo quella sera (al contrario di quanto aveva detto, con strascico di polemiche, Federica Pellegrini senza che nessuno l’avesse però indicata come possibile portabandiera), lei che davvero il giorno dopo deve salire in pedana e gareggiare. «Ho disputato quattro Olimpiadi, per me sarà un’emozione indescrivibile, si è avverato un sogno e mio padre sarà felice dal cielo - dice la campionessa - Rappresentare il mio Paese in un momento di crisi mi rende ancora più orgogliosa. Spero che tutti, giovani e anziani, possano identificarsi con noi, con lo sport. Il giorno dopo avrò la gara, ma l’attesa allo stadio non sarà lunga. Spero la bandiera non pesi troppo e di non inciampare... Ma la terrò alta».
La cerimonia comincerà alle 20.12 (ora di Londra, le 21.12 in Italia), l’Italia si muoverà dal villaggio alle 20,30 (sfila per 70/a): 1,8km a piedi e l’ingresso nello stadio alle 22,30: Valentina sfila e poi viene riportata al villaggio. Insomma il suo impegno sarà contenuto in 66’, poco più di un’ora. Chiederà consiglio comunque a chi l’ha preceduta da Rossi a Chechi, a Giovanna Trillini, l’ultima donna alfiere ai Giochi estivi nel ’96 ad Atlanta. «Senza di lei non sarei qui - dice la Vezzali - tanti grandi prima di me. Al pensiero mi batte forte il cuore. La mia carriera, come la vita, si è fondata sui principi di impegno, rigore e serietà: portare la bandiera è un ruolo di grande responsabilità in un momento critico, ma sono consapevole di rappresentare un Paese che eccelle in tutto». La Vezzali è la quarta donna italiana alfiere, dopo Cicognani, Simeoni e Trillini. «Sono una donna e una mamma, di un bimbo che a tre anni già cantava l’inno - dice sorridendo - e mi metto tra quelle donne che lavorano e possono godere dei risultati che ottengono». Anche Jacques Rogge, presidente del Cio, faceva il tifo per lei augurandole oltre la bandiera anche l’oro a Londra. «È un bell’auspicio, ognuno gareggia per fare il massimo e vincere. Anche io». Non solo medaglia stavolta per lady fioretto. Finalmente quella bandiera che Giorgio Napolitano le consegnerà il 22 giugno. «Londra è la mia Olimpiade» si congeda la Vezzali. L’aspettava da quattro anni.
«Non c’è una persona in Italia che possa essere contraria a un portabandiera così - ha detto il capo dello sport - ha vinto tutto, non c’erano dubbi su di lei. È stata una decisione facile, era la favorita e poi quando scelsi Antonio Rossi nel 2008 a lei dissi che lo avrebbe fatto alle Olimpiadi successive. Insomma avevamo questo credito... È un’atleta modello, è un’icona dello sport, anche perchè è una campionessa dentro e fuori il campo gara».
La schermitrice insomma di concorrenza ne aveva poca, anche se nella rosa dei nomi c’erano olimpioniche di pregio come Josefa Idem e Alessandra Sensini. Nessun timore per la Vezzali di stancarsi troppo quella sera (al contrario di quanto aveva detto, con strascico di polemiche, Federica Pellegrini senza che nessuno l’avesse però indicata come possibile portabandiera), lei che davvero il giorno dopo deve salire in pedana e gareggiare. «Ho disputato quattro Olimpiadi, per me sarà un’emozione indescrivibile, si è avverato un sogno e mio padre sarà felice dal cielo - dice la campionessa - Rappresentare il mio Paese in un momento di crisi mi rende ancora più orgogliosa. Spero che tutti, giovani e anziani, possano identificarsi con noi, con lo sport. Il giorno dopo avrò la gara, ma l’attesa allo stadio non sarà lunga. Spero la bandiera non pesi troppo e di non inciampare... Ma la terrò alta».
La cerimonia comincerà alle 20.12 (ora di Londra, le 21.12 in Italia), l’Italia si muoverà dal villaggio alle 20,30 (sfila per 70/a): 1,8km a piedi e l’ingresso nello stadio alle 22,30: Valentina sfila e poi viene riportata al villaggio. Insomma il suo impegno sarà contenuto in 66’, poco più di un’ora. Chiederà consiglio comunque a chi l’ha preceduta da Rossi a Chechi, a Giovanna Trillini, l’ultima donna alfiere ai Giochi estivi nel ’96 ad Atlanta. «Senza di lei non sarei qui - dice la Vezzali - tanti grandi prima di me. Al pensiero mi batte forte il cuore. La mia carriera, come la vita, si è fondata sui principi di impegno, rigore e serietà: portare la bandiera è un ruolo di grande responsabilità in un momento critico, ma sono consapevole di rappresentare un Paese che eccelle in tutto». La Vezzali è la quarta donna italiana alfiere, dopo Cicognani, Simeoni e Trillini. «Sono una donna e una mamma, di un bimbo che a tre anni già cantava l’inno - dice sorridendo - e mi metto tra quelle donne che lavorano e possono godere dei risultati che ottengono». Anche Jacques Rogge, presidente del Cio, faceva il tifo per lei augurandole oltre la bandiera anche l’oro a Londra. «È un bell’auspicio, ognuno gareggia per fare il massimo e vincere. Anche io». Non solo medaglia stavolta per lady fioretto. Finalmente quella bandiera che Giorgio Napolitano le consegnerà il 22 giugno. «Londra è la mia Olimpiade» si congeda la Vezzali. L’aspettava da quattro anni.
Lo sport che piace a me
Londra 2012
Valentina Vezzali, 38 anni, ha vinto 5 ori olimpici in carriera
La fiorettista portabandiera dell'Italia nella cerimonia d'apertura delle Olimpiadi.
La Pellegrini: «Scelta giusta»
marco ansaldo
«Sarebbe un onore portare la bandiera anche per 12 ore e gareggiare il giorno dopo». Valentina Vezzali non ha mai fatto mistero che quel ruolo così simbolico, aprire la sfilata degli atleti italiani nella cerimonia di Londra, l’attraeva quanto e forse più dell’oro olimpico che vincerebbe per la quarta volta consecutiva. Ne parlava in confidenza, perchè la propria disponibilità non venisse messa in dubbio, al contrario della Pellegrini («Giusto scegliere la Vezzali» dice Federica dall’Ungheria), e nello stesso tempo non fosse bruciata con qualche dichiarazione che irritasse il Coni. Per dirla tutta, Valentina ha vissuto sulle braci, contrastata tra l’intima convinzione che avrebbero scelto lei per i meriti sportivi e il timore che succedesse un evento capace di mandare tutto a monte.
A novembre si era schiantata in auto contro un albero, rischiando la vita, e l’episodio aveva rafforzato la convinzione che la carriera è appesa a un filo. «Quando ho capito che avrei rivisto le persone che mi sono care, ho pensato agli effetti che la botta poteva avere sulla mia stagione. Così sono tornata ad allenarmi prima di quanto mi avevano consigliato: è stata un’imprudenza ma dovevo sapere che non avevo compromesso l’Olimpiade». Nè il sogno di sempre: portare la bandiera.
La conferma è arrivata mentre la Vezzali volava verso Roma dalla Corea, dove ha partecipato alla prova di Coppa del Mondo. Sarebbe stato anche difficile raggiungerla visto che aveva dimenticato a casa il cellulare, che ieri ha squillato a lungo, immaginiamo con quanta gioia per suo marito Mimmo costretto talvolta a rispondere. Oggi ci sarà l’ufficializzazione nel Consiglio Nazionale del Comitato olimpico alla sua presenza. «La mia gara a Londra è inserita nel primo giorno del calendario e so che potrei arrivarci stanca - ha ripetuto Valentina - ma non è detto che debba restare fino alla fine della cerimonia come fece già Chechi ad Atene. Il mio obiettivo è di riprendere la bandiera tra le mani il giorno dopo sul gradino più alto del podio».
Per chi non si occupa di scherma la Vezzali è un nome e un’icona rafforzati dagli spot pubblicitari e da spettacoli tipo «Ballando sotto le stelle». Tuttavia Valentina è ben altro. Nello sport italiano e nella scherma mondiale non c’è chi ha vinto più di lei, l’albo d’oro è impressionante. Ottenne le prime medaglie olimpiche ad Atlanta, a 22 anni: argento nell’individuale, oro a squadre. Ne conquistò altre cinque nelle edizioni successive. E poi 13 ori ai Mondiali, 10 agli Europei, le 78 vittorie in Coppa del Mondo come non è mai riuscito a nessuno in nessuna disciplina. Un rullo compressore, una donna tanto talentuosa e tigresca in pedana quanto fragile aldifuori, alla ricerca della conferma negli altri del proprio successo: un atteggiamento che nel suo mondo le ha procurato anche antipatie, tanto che nei giorni scorsi la sua concittadina Giovanna Trillini ha eccepito sull’opportunità di farle rappresentare l’Italia a Londra. Sono discorsi di ieri. Oggi si può dire soltanto che la Vezzali (quarta donna azzurra alfiere nei Giochi estivi dopo Cicognani nel ’52, Simeoni nell’84 e Trillini nel ’96) meritava questo onore e che dubitiamo sarà la sua ultima Olimpiade perchè, come la Idem, possiede classe, carattere e voglia di sacrificio per tirare dritto oltre i quarant’anni. E poi è coetanea di De Piero e se non smette lui...
A novembre si era schiantata in auto contro un albero, rischiando la vita, e l’episodio aveva rafforzato la convinzione che la carriera è appesa a un filo. «Quando ho capito che avrei rivisto le persone che mi sono care, ho pensato agli effetti che la botta poteva avere sulla mia stagione. Così sono tornata ad allenarmi prima di quanto mi avevano consigliato: è stata un’imprudenza ma dovevo sapere che non avevo compromesso l’Olimpiade». Nè il sogno di sempre: portare la bandiera.
La conferma è arrivata mentre la Vezzali volava verso Roma dalla Corea, dove ha partecipato alla prova di Coppa del Mondo. Sarebbe stato anche difficile raggiungerla visto che aveva dimenticato a casa il cellulare, che ieri ha squillato a lungo, immaginiamo con quanta gioia per suo marito Mimmo costretto talvolta a rispondere. Oggi ci sarà l’ufficializzazione nel Consiglio Nazionale del Comitato olimpico alla sua presenza. «La mia gara a Londra è inserita nel primo giorno del calendario e so che potrei arrivarci stanca - ha ripetuto Valentina - ma non è detto che debba restare fino alla fine della cerimonia come fece già Chechi ad Atene. Il mio obiettivo è di riprendere la bandiera tra le mani il giorno dopo sul gradino più alto del podio».
Per chi non si occupa di scherma la Vezzali è un nome e un’icona rafforzati dagli spot pubblicitari e da spettacoli tipo «Ballando sotto le stelle». Tuttavia Valentina è ben altro. Nello sport italiano e nella scherma mondiale non c’è chi ha vinto più di lei, l’albo d’oro è impressionante. Ottenne le prime medaglie olimpiche ad Atlanta, a 22 anni: argento nell’individuale, oro a squadre. Ne conquistò altre cinque nelle edizioni successive. E poi 13 ori ai Mondiali, 10 agli Europei, le 78 vittorie in Coppa del Mondo come non è mai riuscito a nessuno in nessuna disciplina. Un rullo compressore, una donna tanto talentuosa e tigresca in pedana quanto fragile aldifuori, alla ricerca della conferma negli altri del proprio successo: un atteggiamento che nel suo mondo le ha procurato anche antipatie, tanto che nei giorni scorsi la sua concittadina Giovanna Trillini ha eccepito sull’opportunità di farle rappresentare l’Italia a Londra. Sono discorsi di ieri. Oggi si può dire soltanto che la Vezzali (quarta donna azzurra alfiere nei Giochi estivi dopo Cicognani nel ’52, Simeoni nell’84 e Trillini nel ’96) meritava questo onore e che dubitiamo sarà la sua ultima Olimpiade perchè, come la Idem, possiede classe, carattere e voglia di sacrificio per tirare dritto oltre i quarant’anni. E poi è coetanea di De Piero e se non smette lui...
domenica 20 maggio 2012
a proposito di maggio 2
È nostra madre
Mi piace volare con la United. Mi piace così tanto, che quasi tutte le volte che vado a casa, faccio scalo all’aeroporto di Dulles, a Washington, dove la United ha un centro di smistamento voli. Durante l’attesa ho il mio rito: vado alla “Firkin and Fox” dove ormai la cameriera mi riconosce, mangio il primo hamburger del viaggio e bevo una buona birra americana, poi riparto verso casa.
La settimana scorsa, ero di nuovo in viaggio. Dopo il rito della burger and beer, mi sono messo nel corridoio a caricare la batteria del portatile alla presa elettrica. Ero in quello stato distratto e sospeso del viaggiatore che attende l’apertura dello scalo, con troppo tempo da ingannare, ma non abbastanza per mettersi a fare qualcosa sul serio. Davanti a me passavano gli altri viaggiatori, qualcuno camminava, qualcuno correva, qualcuno parlava animatamente al cellulare, da destra a sinistra, da sinistra a destra. Si arrivava, si partiva, tutti di fretta.
Un uomo sulla quarantina arriva di corsa, trascinando un trolley. Vede il mio colletto bianco, trasale, si ferma: “Sei un prete?”. “Sì”, rispondo. “Prete cattolico?”. “Sì, certo” anche se certo non è, in questo paese dalle 12 mila religioni. “Ascolta, mi devi proprio dire, perché Maria? Cosa c’entra Maria?” Mentre lo guardo, stupito e divertito, un pensiero si forma. Sarà un protestante che non ha mai capito perché noi cattolici preghiamo la Madonna? Appena un’ora in questo Paese, e il mio cuore di missionario si gonfia: già gli infedeli si convertono attraverso di me...! “Mi sembra che vai di fretta: quanto tempo hai?” gli chiedo. “Effettivamente, ho il volo fra pochi minuti...” “Allora sarò breve. She’s our mother, è nostra madre. Buon viaggio!”.
Mi è uscita quella frase senza pensarci. Lui corre via, e mi lascia con un nuovo pensiero a riempire il tempo dell’attesa. Maria, presenza materna in mezzo alle nostre fatiche, sostegno della nostra fragilità. Giovanni Paolo II scriveva in una delle sue ultime lettere alla Chiesa, la Rosarium Virginis Mariae, che dire il rosario è come tenere la mano della Madonna. È un’immagine dolce. Sarebbe dolciastra, se non fosse che a volte abbiamo veramente bisogno di tenere la mano della mamma.
Allora ringrazio, in questo maggio di fiori e di crisi, che tu ci sia, Maria. Mentre puliamo i piatti, mentre compiliamo i bilanci, mentre siamo in coda nel traffico, mentre facciamo la fila alla posta, tienici la mano. Di giorno e di notte, a casa e al lavoro, sul divano la domenica pomeriggio, e di corsa in aeroporto, stai con noi. Madonna del buon viaggio, aprici la strada.
leggere per riflettere
Il silenzio nutre la parola e il legame
Oggi è la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, per la quale Benedetto XVI ha scelto il tema 'controintuitivo' del silenzio.
Giusto parlare di etica della comunicazione, giusto garantire l’alfabetizzazione ai linguaggi e l’accesso alle tecnologie, giusto curare la forma e i contenuti della comunicazione. Ma senza il respiro del silenzio la comunicazione rischia di diventare 'rumore' e di capovolgersi nel suo contrario: l’insignificanza da un lato e la solitudine, o, peggio, l’isolamento, dall’altro. Il 'tutto pieno' è la caratteristica dell’idolo: tutto presente, saturo, capace di attirare in modo totalizzante; senza 'altro', senza 'oltre'. La comunicazione tutta piena, la comunicazione come ossessione si rovescia nel suo contrario: il rumore che non significa più nulla, e diventa un idolo che ci seduce e ci incatena a sé, in un gioco perverso dove si alternano un consumo massiccio e una produzione compulsiva di messaggi. Dove, con buona pace dell’interattività, si diventa 'emittenti' incapaci di ascoltare. Alla fine, autistici.
La parola che significa e che costruisce relazione è invece una parola-simbolo, una parola aperta, una parola incompleta; una parola, quindi, 'striata' di silenzio. Il silenzio è la breccia che apre la parola all’ascolto di ciò che essa non può contenere, e che quindi le consente di accogliere l’altro, di ospitare 'altro'. Due spunti possono aiutare a recuperare il significato profondo del silenzio. Uno tratto dall’esperienza di tutti, l’altro dalla radice etimologica del termine, che ci riporta alla ricchezza dei suoi significati originari. L’esperienza è quella della forma che assumono i legami più intimi, più profondi, più duraturi, più fondamentali per la nostra identità e per le dinamiche di riconoscimento: la tenerezza, l’affetto, il legame di cura, la sollecitudine, il conforto, il sostegno passano molto di più dalla presenza attenta, dalla vicinanza silenziosa, dal linguaggio tacito del corpo che dalla verbalizzazione. La mamma che allatta il suo bambino non ha bisogno di parlargli (Cicerone scriveva «nutrix educat»: dare, con amore, quello di cui l’altro ha bisogno per crescere è il gesto educativo per eccellenza, che non ha bisogno di parole). Le più belle dichiarazioni d’amore non sono quelle fatte con le parole (che ormai si trovano pronte per ogni circostanza in rete) ma con gli sguardi, i gesti, la presenza attenta, la capacità di fare un passo indietro per lasciar essere l’altro.
Chi assiste una persona cara in fin di vita non ha bisogno di parlare del passato, di un presente che è doloroso o di un futuro che non si conosce. Basta esserci, e possibilmente sorridere, o anche piangere quando è il momento. La testimonianza non ha bisogno di discorsi, ma di azioni silenziose e intense. Il perdono, che è ciò che ci fa rinascere e ci libera dalla pesante e mortifera zavorra dei nostri errori, è detto dalla vita, dal modo in cui veniamo ri-accolti, e non dalle parole, sempre facili da pronunciare e molto meno da mantenere. Il legame profondo si esprime soprattutto nell’apertura silenziosa all’altro. Dove il silenzio è prima di tutto il silenzio dell’io, che rinuncia al suo protagonismo e all’espressione di sé, e si apre, e si offre, all’altro. Gli fa spazio. Da questa 'postura' possono scaturire parole dense di significato e capaci di comunicare oltre se stesse. Capaci di far essere e far durare il legame. Difficilmente accade l’inverso. Il silenzio, dunque, è la condizione del significato (come apertura, ascolto dell’essere) e anche il 'collante' del legame (come apertura all’altro). Questo nesso non immediato con la dimensione del legame è ben presente nell’etimologia del termine: che da un lato ha una radice onomatopeica (ssss è il suono che facciamo per creare silenzio; che 'significa' con chiarezza, senza bisogno di parole) e dall’altro una radice indoeuropea, si-, che indica, appunto, il legame.
Forse non è una caso che la 'società della comunicazione' sia anche una società iperindividualistica, dove il tessuto sociale è sempre più fragile, con le conseguenze e i costi dei quali cominciamo forse a renderci conto. E che sia anche fortemente secolarizzata: senza il silenzio mancano le condizioni per ascoltare non solo l’altro vicino, ma anche l’Altro che ci invita con discrezione, perché ci ha creati liberi. Nel rumore questo invito non si può sentire. Nessuno vuole perorare la causa di una 'società del silenzio', ovviamente. Ma è solo ripartendo dal silenzio e 'incorporandolo' che la comunicazione potrà veramente diventare, da emittenza e trasmissione, condivisione e comunione. E rigenerare, insieme, i significati e i legami che ci rendono umani.
Giusto parlare di etica della comunicazione, giusto garantire l’alfabetizzazione ai linguaggi e l’accesso alle tecnologie, giusto curare la forma e i contenuti della comunicazione. Ma senza il respiro del silenzio la comunicazione rischia di diventare 'rumore' e di capovolgersi nel suo contrario: l’insignificanza da un lato e la solitudine, o, peggio, l’isolamento, dall’altro. Il 'tutto pieno' è la caratteristica dell’idolo: tutto presente, saturo, capace di attirare in modo totalizzante; senza 'altro', senza 'oltre'. La comunicazione tutta piena, la comunicazione come ossessione si rovescia nel suo contrario: il rumore che non significa più nulla, e diventa un idolo che ci seduce e ci incatena a sé, in un gioco perverso dove si alternano un consumo massiccio e una produzione compulsiva di messaggi. Dove, con buona pace dell’interattività, si diventa 'emittenti' incapaci di ascoltare. Alla fine, autistici.
La parola che significa e che costruisce relazione è invece una parola-simbolo, una parola aperta, una parola incompleta; una parola, quindi, 'striata' di silenzio. Il silenzio è la breccia che apre la parola all’ascolto di ciò che essa non può contenere, e che quindi le consente di accogliere l’altro, di ospitare 'altro'. Due spunti possono aiutare a recuperare il significato profondo del silenzio. Uno tratto dall’esperienza di tutti, l’altro dalla radice etimologica del termine, che ci riporta alla ricchezza dei suoi significati originari. L’esperienza è quella della forma che assumono i legami più intimi, più profondi, più duraturi, più fondamentali per la nostra identità e per le dinamiche di riconoscimento: la tenerezza, l’affetto, il legame di cura, la sollecitudine, il conforto, il sostegno passano molto di più dalla presenza attenta, dalla vicinanza silenziosa, dal linguaggio tacito del corpo che dalla verbalizzazione. La mamma che allatta il suo bambino non ha bisogno di parlargli (Cicerone scriveva «nutrix educat»: dare, con amore, quello di cui l’altro ha bisogno per crescere è il gesto educativo per eccellenza, che non ha bisogno di parole). Le più belle dichiarazioni d’amore non sono quelle fatte con le parole (che ormai si trovano pronte per ogni circostanza in rete) ma con gli sguardi, i gesti, la presenza attenta, la capacità di fare un passo indietro per lasciar essere l’altro.
Chi assiste una persona cara in fin di vita non ha bisogno di parlare del passato, di un presente che è doloroso o di un futuro che non si conosce. Basta esserci, e possibilmente sorridere, o anche piangere quando è il momento. La testimonianza non ha bisogno di discorsi, ma di azioni silenziose e intense. Il perdono, che è ciò che ci fa rinascere e ci libera dalla pesante e mortifera zavorra dei nostri errori, è detto dalla vita, dal modo in cui veniamo ri-accolti, e non dalle parole, sempre facili da pronunciare e molto meno da mantenere. Il legame profondo si esprime soprattutto nell’apertura silenziosa all’altro. Dove il silenzio è prima di tutto il silenzio dell’io, che rinuncia al suo protagonismo e all’espressione di sé, e si apre, e si offre, all’altro. Gli fa spazio. Da questa 'postura' possono scaturire parole dense di significato e capaci di comunicare oltre se stesse. Capaci di far essere e far durare il legame. Difficilmente accade l’inverso. Il silenzio, dunque, è la condizione del significato (come apertura, ascolto dell’essere) e anche il 'collante' del legame (come apertura all’altro). Questo nesso non immediato con la dimensione del legame è ben presente nell’etimologia del termine: che da un lato ha una radice onomatopeica (ssss è il suono che facciamo per creare silenzio; che 'significa' con chiarezza, senza bisogno di parole) e dall’altro una radice indoeuropea, si-, che indica, appunto, il legame.
Forse non è una caso che la 'società della comunicazione' sia anche una società iperindividualistica, dove il tessuto sociale è sempre più fragile, con le conseguenze e i costi dei quali cominciamo forse a renderci conto. E che sia anche fortemente secolarizzata: senza il silenzio mancano le condizioni per ascoltare non solo l’altro vicino, ma anche l’Altro che ci invita con discrezione, perché ci ha creati liberi. Nel rumore questo invito non si può sentire. Nessuno vuole perorare la causa di una 'società del silenzio', ovviamente. Ma è solo ripartendo dal silenzio e 'incorporandolo' che la comunicazione potrà veramente diventare, da emittenza e trasmissione, condivisione e comunione. E rigenerare, insieme, i significati e i legami che ci rendono umani.
Chiara Giaccardi
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