giovedì 31 maggio 2012
mercoledì 30 maggio 2012
Reggio -Emilia terremoto 2
l prete e il drago
Non era mica un temerario. Si chiamava don Ivan, aveva 65 anni. Ed era parroco a Santa Caterina di Rovereto di Novi, nel Modenese, da sette anni. Dopo che la terra, come un drago non più mansueto, aveva tremato la prima volta nella giornata di ieri, era tornato nella sua Chiesa per vedere come stavano le cose. E lì è stato mortalmente colpito da un grande frammento caduto. Era tornato nella sua Chiesa, nella casa di Dio. In questi giorni sembra quasi che il buon Dio voglia farci riflettere sul fatto che mentre la casa di Dio, come ha detto il Papa, è scossa da tempeste ma non cade, anche là dove cede la costruzione in muratura, e dove si schiantano – dopo decenni o secoli – le testimonianze di fede del nostro popolo, non crolla la fede, non crolla la Chiesa invisibile che sempre ama e ricostruisce la Chiesa visibile.
Don Ivan, con il suo gesto semplice, non ingenuo (era in compagnia dei pompieri), non spavaldo, ci ha mostrato cosa significa amare la Chiesa visibile. Ha compiuto il gesto che tutti i parroci fanno quando c’è una situazione del genere. Poste in salvo le persone, si va a vedere come sta la Chiesa. Poste in salvo le vite, si va vedere come sta il segno del senso della vita. Non è stato il gesto di un capitano che non vuole abbandonare la barca. I nostri parroci non sono capitani di niente, ma sono servi di quel luogo. Di quel luogo che anche nel nome evoca la casa (para oichìa, tra le altre case), dal greco: la casa di Dio, del senso di tutto il vivere e il morire che va in scena intorno e dentro di essa.
Non è stato un capitano, don Ivan. È stato di più. Non si trattava di non abbandonare una barca – gesto eroico, ma in fondo inutile se poi la barca va giù – ma si trattava di vedere come reggeva il segno del senso della vita. Quel segno che lui stesso portava nella carne, avendo ricevuto il sacramento del battesimo e poi del ministero. Essendo lui stesso segno, servo di Dio nel mondo. La sua testimonianza, la sua inaspettata grandezza – sì, inaspettata, e gli è toccata in sorte proprio nell’atto di morire – sono ora un segno per tutti circa il metodo che Dio usa per stare con il suo popolo: una casa in mezzo a noi. Una <+corsivo> para oichìa.
Era tornato a vederla, la sua chiesa di parrocchia, dopo che la terra drago aveva tremato, la terra povera creatura come noi, abitata da fratture, da movimenti incontrollabili. Una casualità, si dice. Ma questa parola che acceca e ferisce per quanto è aspra se viene usata per i casi di morte, è parola strana. Quando la usiamo in altri frangenti e indichiamo, che so, la casualità di un incontro, di una occasione, qualcosa di inatteso che ha dato sapore alla vita, ecco che la parola casualità – la stessa che ora mormoriamo insieme ai requiem per don Ivan – ci appare quasi festosa, quasi luminosa. Una casualità forse aver incontrato la donna che amiamo, una casualità che i nostri figli siano nati oppure no, una casualità aver trovato un lavoro, o addirittura, come insegnano molti scienziati, aver scoperto qualcosa di importante nella storia del progresso della umanità. È una parola che non si riesce ad addomesticare, che non riesci ad afferrare in un preciso significato. Se la applichi alla morte, è piena di pianto. Se la avvicini a circostanze liete della vita, sorride.
Don Ivan – con la umile evidenza che gli viene dall’indossare una veste che lo rende uguale e diverso ai suoi paesani – ci ha ricordato che la parola che governa la nostra vita è casualità. L’ha portata per così dire lui addosso, con il suo morire, l’ha portata fin lì dove solo può essere pronunciata con un significato pieno, con il cuore che trema ma non resta preda di macerie: ha portato la casualità dove si rivela come Mistero. Come Padre a cui gridare e tendere le mani nella casa che ha eretto per tendere le Sue mani verso di noi.
Don Ivan, con il suo gesto semplice, non ingenuo (era in compagnia dei pompieri), non spavaldo, ci ha mostrato cosa significa amare la Chiesa visibile. Ha compiuto il gesto che tutti i parroci fanno quando c’è una situazione del genere. Poste in salvo le persone, si va a vedere come sta la Chiesa. Poste in salvo le vite, si va vedere come sta il segno del senso della vita. Non è stato il gesto di un capitano che non vuole abbandonare la barca. I nostri parroci non sono capitani di niente, ma sono servi di quel luogo. Di quel luogo che anche nel nome evoca la casa (para oichìa, tra le altre case), dal greco: la casa di Dio, del senso di tutto il vivere e il morire che va in scena intorno e dentro di essa.
Non è stato un capitano, don Ivan. È stato di più. Non si trattava di non abbandonare una barca – gesto eroico, ma in fondo inutile se poi la barca va giù – ma si trattava di vedere come reggeva il segno del senso della vita. Quel segno che lui stesso portava nella carne, avendo ricevuto il sacramento del battesimo e poi del ministero. Essendo lui stesso segno, servo di Dio nel mondo. La sua testimonianza, la sua inaspettata grandezza – sì, inaspettata, e gli è toccata in sorte proprio nell’atto di morire – sono ora un segno per tutti circa il metodo che Dio usa per stare con il suo popolo: una casa in mezzo a noi. Una <+corsivo> para oichìa.
Era tornato a vederla, la sua chiesa di parrocchia, dopo che la terra drago aveva tremato, la terra povera creatura come noi, abitata da fratture, da movimenti incontrollabili. Una casualità, si dice. Ma questa parola che acceca e ferisce per quanto è aspra se viene usata per i casi di morte, è parola strana. Quando la usiamo in altri frangenti e indichiamo, che so, la casualità di un incontro, di una occasione, qualcosa di inatteso che ha dato sapore alla vita, ecco che la parola casualità – la stessa che ora mormoriamo insieme ai requiem per don Ivan – ci appare quasi festosa, quasi luminosa. Una casualità forse aver incontrato la donna che amiamo, una casualità che i nostri figli siano nati oppure no, una casualità aver trovato un lavoro, o addirittura, come insegnano molti scienziati, aver scoperto qualcosa di importante nella storia del progresso della umanità. È una parola che non si riesce ad addomesticare, che non riesci ad afferrare in un preciso significato. Se la applichi alla morte, è piena di pianto. Se la avvicini a circostanze liete della vita, sorride.
Don Ivan – con la umile evidenza che gli viene dall’indossare una veste che lo rende uguale e diverso ai suoi paesani – ci ha ricordato che la parola che governa la nostra vita è casualità. L’ha portata per così dire lui addosso, con il suo morire, l’ha portata fin lì dove solo può essere pronunciata con un significato pieno, con il cuore che trema ma non resta preda di macerie: ha portato la casualità dove si rivela come Mistero. Come Padre a cui gridare e tendere le mani nella casa che ha eretto per tendere le Sue mani verso di noi.
Davide Rondoni
martedì 29 maggio 2012
Maggio 2012 due grandi scosse di terremoto in Emilia.................. .
Il terremoto e la croce
Redazione
La terra drago sussulta ancora. È accaduto ancora in Emilia, ieri mattina. La terra ha tremato sotto le macerie, facendone altre. Nuove scosse hanno tirato giù case, fabbriche, chiese. Nessuno sciame sismico, ci dicono, questa è un’altra cosa, un altro terremoto, come se quello dell’altra volta non fosse bastato. Nuovi morti, altri sfollati, 8mila, si aggiungono a quelli che già sono fuori dalle loro case o le hanno perse del tutto. Il terremoto ha colpito ancora lì. Modena, Mirandola, San Felice sul Panaro, Concordia, Novi, Finale Emilia. Ma lo hanno sentito tutti, nel nord. Qualcuno ha detto che quello che è successo “ha rimesso in discussione tutte le strategie”.
Di fronte allo sgomento per questi fatti e alla morte casuale e ingiusta che portano con sé, viene la tentazione di pensare alla terra come a una specie di madre-matrigna. Una madre cattiva. Mentre invece la terra è nostra sorella. È una povera creatura come noi, ha delle imperfezioni, delle fratture, dei sussulti. Ha dentro qualcosa che la rende imperfetta, come siamo imperfetti noi.
È solo una ideologia sbagliata, di tipo naturalistico e panteistico, che vede nella terra una specie di soggetto buono, come se fosse un essere perfetto e assoluto, scambiando la terra con una sorta di divinità. No, la terra non è nostra madre, ma nostra sorella. Ci sostiene, ma è una sorella difettosa, di cui ogni tanto paghiamo l’essere limitato. Esattamente come il nostro. Entrambi, noi e la terra, siamo fragili perché siamo creature.
Quando accadono queste cose siamo improvvisamente sbattuti di fronte a quello che non possiamo mutare. Il terremoto mette la nostra faccia davanti alla casualità. Alcuni perdono la vita per la caduta casuale di una pietra. Mentre questo accade, altri, senza un apparente perché, si salvano. Durante un terremoto ti salvi o muori, per caso. Casualmente incontriamo la persona che amiamo, casualmente ci troviamo a vivere in una città piuttosto che in un’altra.
Usiamo la parola caso per addomesticare un’altra parola più grande, che è mistero. Il terremoto ce la ripropone, in maniera drammatica e orribile, come l’amore ce la propone in maniera dolce. In fondo ad ogni esperienza umana, compreso il piacere, si tocca l’esperienza della casualità. Per questo il terremoto, se ha qualcosa di buono, ha solo il fatto di invitarci ad essere più coscienti della vita intera.
Quello che tutti possono fare, mentre alcuni sono chiamati al difficile compito di rimettere in piedi i muri abbattuti, è ricostruire una coscienza più vasta e viva e acuta di cos’è vivere. Solo per questo i terremoti non passano inutilmente. La cosa ancor più tremenda sarebbe che un terremoto, oltre che terribile, fosse vano.
Il fatto è che anche la terra, come noi, ha bisogno di essere liberata dal male. Proprio le chiese e i campanili sbrecciati al cuore di questi paesi ce lo mostrano. C'è una speranza che non viene meno neanche di fronte al più grande dei terremoti. Non la speranza di una vita senza problemi: piuttosto quella che viene da una croce, annuncio di resurrezione, significato misterioso di un dolore altrimenti destinato a rimanere senza senso. Sta in quella croce, per tutti, la vera forza di ricominciare.
© Riproduzione riservata.
domenica 27 maggio 2012
Domenica di Pentecoste.....................................................
La causa e il fuoco
Conclusa l’opera redentrice di Gesù sulla terra, con la Pentecoste ha inizio la conversione dei popoli al Vangelo per impulso dello Spirito Santo. Le grandi festività, le ricorrenze cristiane più preziose hanno significati sempre nuovi nel corso del tempo, nei momenti più difficili e in quelli costruttivi. La discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste non ha cambiato i fatti della storia, ma ha permesso di leggerli in una nuova luce, ha trasformato gli apostoli, li ha resi capaci di agire nella storia per cambiarla, elevando l’uomo alla dimensione spirituale. La Pentecoste costituisce un grande evento di libertà, perché apre la porta al discernimento del bene dal male, e più volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ricordato che il mondo, allontanandosi da quella luce, si trova come in un cono d’ombra, ove si offusca l’orizzonte etico necessario allo sviluppo dell’uomo, ma il loro magistero ha ricevuto critiche quasi fosse intriso di pessimismo. È vero il contrario, perché l’Occidente e l’Europa si trovano oggi nel pieno di un esame di coscienza che coinvolge scelte sbagliate, registra la caduta di fiducia in un progresso continuo, in un futuro di speranze e prospettive.
L’esame di coscienza è di tutto l’Occidente, e l’Italia ha motivi specifici per uno smarrimento così grande. Il cuore dello smarrimento sembra il governo dell’economia, ma la caduta di fiducia coinvolge la capacità di saperci governare, di essere solidali. Ci accorgiamo che l’uomo resta capace di fare il male come in passato, praticare un terrorismo che assume volto politico o semplicemente disumano, decidere chi debba vivere e chi debba morire durante e dopo la procreazione. Il primo passo della nuova nascita, ispirata dalla Pentecoste, è quello di saper guardare dentro se stessi, come fecero gli Apostoli uniti in preghiera a Gerusalemme, di «riconoscere le vie della vita » (Atti 2,28), di seguire quei princìpi che governano le attività umane indirizzandole al bene. Sembrano parole dirette ai cristiani, invece riguardano tutti. L’errore più grande che potremmo commettere è di ritenere che non appena si avrà una schiarita nella crisi economica cesserà l’ansia che ci tormenta.
In realtà, la crisi economica è l’effetto, non la causa di una più generale crisi morale. Attuare rigorose misure non basta, se non si imprime uno sviluppo che veda nella sobrietà non l’illusione di un momento, ma un modo d’essere che plasmi i rapporti tra i gruppi sociali. Ottenere la fiducia temporanea dei mercati non è sufficiente se non si sconfigge la speculazione finanziaria giunta a livelli internazionali devastanti, e non si rapportano le economie dei Paesi occidentali ai bisogni dei Paesi poveri che non possono più essere ignorati e compressi. C’è oggi un rinnovato interesse verso la dottrina sociale della Chiesa, ci sono governanti che riconoscono che tante sue indicazioni hanno rivelato una validità e una capacità di previsione superiore a quella di importanti scuole di pensiero economico. Però, non si tratta di una capacità di previsione di tipo tecnico, affonda le radici in una lungimiranza antropologica che pone altri interrogativi.
Può rovesciarsi la logica economica di dominio se non si realizza un cambiamento radicale della coscienza etica. Si può essere solidali in economia e individualisti nella vita privata e sociale, si possono tutelare i più deboli e abbandonare a se stesso, o colpire definitivamente, chi non può neanche difendersi, con leggi e usi favorevoli all’aborto, all’eutanasia, alla svalutazione della famiglia, all’esaltazione delle scelte egoistiche. Questi interrogativi sono davanti alle società più ricche (se così possono ancora chiamarsi), e avranno risposta a seconda dell’ottica nella quale ci si porrà.
Cattolici e cristiani di diverse denominazioni, credenti e no, sono impegnati per diffondere una visione umanistica e solidale dell’uomo, una concezione buona della vita; favorire un impegno esaltante, che i giovani apprezzano più di altri e tanti adulti stanno oggi rivalutando. Non è un impegno facile, ma scaturisce da un fuoco che ci è donato, da una luce che aiuta a guardare in modo giusto alla società, che spinge a credere che l’uomo può crescere solo se ciascuno è di aiuto all’altro, se la famiglia riesce a coltivare valori essenziali per le nuove generazioni, se la scuola prosegue nell’opera educativa dei giovani.
A volte, nei momenti più difficili, queste verità ci appaiono chiare e limpide, poi si offuscano in una quotidianità che torna ad essere opaca, piegata in se stessa. La luce che a Gerusalemme scese sugli Apostoli, e dette avvio all’unificazione del genere umano, oggi chiede di vivere e realizzare quel senso di solidarietà che unisce gli uomini e non può escluderne nessuno, piccolo, povero o emarginato che sia.
L’esame di coscienza è di tutto l’Occidente, e l’Italia ha motivi specifici per uno smarrimento così grande. Il cuore dello smarrimento sembra il governo dell’economia, ma la caduta di fiducia coinvolge la capacità di saperci governare, di essere solidali. Ci accorgiamo che l’uomo resta capace di fare il male come in passato, praticare un terrorismo che assume volto politico o semplicemente disumano, decidere chi debba vivere e chi debba morire durante e dopo la procreazione. Il primo passo della nuova nascita, ispirata dalla Pentecoste, è quello di saper guardare dentro se stessi, come fecero gli Apostoli uniti in preghiera a Gerusalemme, di «riconoscere le vie della vita » (Atti 2,28), di seguire quei princìpi che governano le attività umane indirizzandole al bene. Sembrano parole dirette ai cristiani, invece riguardano tutti. L’errore più grande che potremmo commettere è di ritenere che non appena si avrà una schiarita nella crisi economica cesserà l’ansia che ci tormenta.
In realtà, la crisi economica è l’effetto, non la causa di una più generale crisi morale. Attuare rigorose misure non basta, se non si imprime uno sviluppo che veda nella sobrietà non l’illusione di un momento, ma un modo d’essere che plasmi i rapporti tra i gruppi sociali. Ottenere la fiducia temporanea dei mercati non è sufficiente se non si sconfigge la speculazione finanziaria giunta a livelli internazionali devastanti, e non si rapportano le economie dei Paesi occidentali ai bisogni dei Paesi poveri che non possono più essere ignorati e compressi. C’è oggi un rinnovato interesse verso la dottrina sociale della Chiesa, ci sono governanti che riconoscono che tante sue indicazioni hanno rivelato una validità e una capacità di previsione superiore a quella di importanti scuole di pensiero economico. Però, non si tratta di una capacità di previsione di tipo tecnico, affonda le radici in una lungimiranza antropologica che pone altri interrogativi.
Può rovesciarsi la logica economica di dominio se non si realizza un cambiamento radicale della coscienza etica. Si può essere solidali in economia e individualisti nella vita privata e sociale, si possono tutelare i più deboli e abbandonare a se stesso, o colpire definitivamente, chi non può neanche difendersi, con leggi e usi favorevoli all’aborto, all’eutanasia, alla svalutazione della famiglia, all’esaltazione delle scelte egoistiche. Questi interrogativi sono davanti alle società più ricche (se così possono ancora chiamarsi), e avranno risposta a seconda dell’ottica nella quale ci si porrà.
Cattolici e cristiani di diverse denominazioni, credenti e no, sono impegnati per diffondere una visione umanistica e solidale dell’uomo, una concezione buona della vita; favorire un impegno esaltante, che i giovani apprezzano più di altri e tanti adulti stanno oggi rivalutando. Non è un impegno facile, ma scaturisce da un fuoco che ci è donato, da una luce che aiuta a guardare in modo giusto alla società, che spinge a credere che l’uomo può crescere solo se ciascuno è di aiuto all’altro, se la famiglia riesce a coltivare valori essenziali per le nuove generazioni, se la scuola prosegue nell’opera educativa dei giovani.
A volte, nei momenti più difficili, queste verità ci appaiono chiare e limpide, poi si offuscano in una quotidianità che torna ad essere opaca, piegata in se stessa. La luce che a Gerusalemme scese sugli Apostoli, e dette avvio all’unificazione del genere umano, oggi chiede di vivere e realizzare quel senso di solidarietà che unisce gli uomini e non può escluderne nessuno, piccolo, povero o emarginato che sia.
Carlo Cardia
sabato 26 maggio 2012
Esperienze................
Imparare da Paolo
Mario Follega
La settimana scorsa nella parrocchia di cui sono responsabile c’è stato il ritiro delle prime comunioni. C’erano sessantadue bambini, con i rispettivi genitori, quasi tutti. Dopo aver pregato insieme (ed è già un evento che genitori e figli preghino assieme) abbiamo fatto una caccia al tesoro, a cui hanno partecipato anche i papà e le mamme, piuttosto movimentata (uno si è rotto anche un braccio). Poi siamo andati in chiesa, per la messa di mezzogiorno. Io mi ero preparato una bella omelia… ma, dopo qualche parola, un bambino alza la mano. “Dimmi”, lo esorto. Lui mi pone una domanda sulla malattia. C’era, infatti, un bambino tra noi il cui papà non era presente perché stava molto male. Mi hanno incalzato, uno dopo l’altro, per venti minuti: che cos’è il dolore, che cos’è il paradiso, che cosa si fa in paradiso, ci sono gli insegnanti in paradiso… Domande come solo i bambini sanno fare. Pranziamo insieme, poi ci dividiamo: io resto con i genitori e tengo loro un incontro sul tema “essere padre e madre”, approfittando di una delle rare occasioni in cui posso parlare a tanti papà. Dopo la grande partita finale a pallone, siamo tornati a casa. Distrutti ma contenti, sia noi sacerdoti sia i genitori.
Il giorno dopo era lunedì. E tutti i lunedì noi sacerdoti (siamo in tre ad abitare insieme) abbiamo una giornata di lavoro e di riposo in comune, che costituisce per noi un momento centrale nella settimana. Invece quel giorno, al mattino presto, è accaduto un fatto assolutamente imprevisto: era morto, durante la notte, il papà di quel bambino da cui era nata la domanda durante la messa. Noi tre ci siamo guardati e, dopo un momento di incertezza sul da farsi, ci siamo detti: “Andiamo! Andiamo a casa di quelle persone (il padre era morto in casa), e stiamo con loro”. Naturalmente abbiamo trovato un grande dolore. Abbiamo pregato un po’ insieme, poi mi sono accorto che i figli non c’erano: né quello che aveva partecipato al ritiro, Paolo, di quarta elementare, né quello più piccolo, di seconda. Ho invitato tutti ad uscire dalla stanza e sono rimasto un po’ insieme alla mamma di Paolo. Le ho chiesto dove fossero i bambini. “I bambini li abbiamo mandati da mia sorella, non sanno niente, sono indecisa se dire loro la verità o no”. Le rispondo: “Hanno visto il papà che stava male. Secondo me, per il modo in cui avete vissuto fino a questo momento la malattia, sarebbe opportuno dirglielo”. E lei: “Bene, allora glielo diciamo insieme”. Dopo aver pregato il rosario insieme a lei, torno a casa. Ne parlo con gli altri due preti. Mi tranquillizzano, sarebbero venuti anche loro, anzi avrebbero chiamato anche le catechiste di Paolo.
Siamo andati dai due bambini nel pomeriggio. E ci siamo trovati davanti una scena incredibile. Paolo stava spiegando al fratellino che cos’è il paradiso. Stava ripetendo al fratello ciò che io avevo detto il giorno prima, al ritiro: il papà stava in paradiso, stava con Gesù, stava bene, era in cielo e nel loro cuore. Tutta la mia preoccupazione su come affrontare con quei bambini l’argomento della morte del papà era venuta meno grazie ai diversi modi con cui il Signore si serve di noi, anche nei momenti più impensati. Il giorno prima, rispondendo a quelle domande, durante la messa, mai avrei immaginato che le risposte sarebbero state usate da Paolo, perché il papà sarebbe morto il giorno dopo. Questo ci fa capire che siamo servi del Signore, che la presenza di Cristo passa attraverso di noi, e che ciò che accade è il modo con cui il Signore ci costringe a stare dentro le circostanze e a imparare continuamente da esse.
© Riproduzione riservata.
venerdì 25 maggio 2012
giovedì 24 maggio 2012
Esperienze ...................................................
La sfida esigente dell’educazione: “vivere” con gli alunni la grammatica del cuore
Autore: Paniccia, Antonella Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 24 maggio 2012
In una località della provincia di Frosinone, nostalgica icona di un tempo passato, c’è una piccola scuola primaria: cinque aule, grandi finestre, un largo corridoio e, all’esterno, un cortile.
In classe quarta, ventitré alunni: alcuni tranquilli e sereni, altri vivaci, fragorosi, talvolta un po’ litigiosi. “Una classe terribile!” mi fu sussurrato il 18 novembre 2010, non appena assunsi servizio. Il primo impatto non fu semplice. Indomiti e fieri i nuovi allievi, esuberanti un po’ troppo, rumorosi all’eccesso. In realtà, più che “terribile”, la classe a me appariva “pittoresca”. Un vociare incessante, palline di carta e aeroplanini che volteggiavano in aria, sforbiciatine di capelli al compagno di banco, un taglietto al grembiulino, uno sgambetto di qua, qualche parola fuori posto di là… e poi, banchi spostati, qualche sedia rovesciata, zaini in disordine sul pavimento: per raggiungere la porta, bisognava essere campioni di slalom! Superato un problema di salute e riacquistata una splendida vitalità, io avevo scelto quella sede vagheggiando un ambiente tranquillo… ma non sembrava davvero l’ideale! Ogni volta che tornavo a casa bramavo solo il silenzio: niente televisione, niente telefono, isolamento completo. Mio marito mi osservava preoccupato… era diventato invisibile ai miei occhi! Mi dirigevo verso la mia camera e mi lasciavo scivolare nel letto, esausta: con la testa sotto le coperte mi sentivo al sicuro, come un bambino nel grembo materno. Come sopravvivere a tanto trambusto? Forse… potevo urlare! Ma non era il mio stile pedagogico, e la mia voce, ahimè, non avrebbe superato quella degli alunni. Potevo elargire punizioni! Non era la scelta migliore. Sconsolata, mi resi conto che nessun pedagogista sarebbe potuto venire in mio soccorso. Una simile situazione non era contemplata in nessun manuale didattico. Mi sentivo sfinita. Nello sconforto, illuminante intuizione, cominciai a recitare la preghiera allo Spirito Santo: “…Consolatore perfetto… dolcissimo sollievo… Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la Tua forza nulla è nell’uomo”… Senza la Tua forza nulla è nell’uomo… Ripetei più volte nella mia mente questa frase... Era la risposta che cercavo!
In una splendida mattina di fine autunno un tenue sole faceva brillare le fiammeggianti foglie degli alberi, leggermente agitate dal vento. Era uno spettacolo che ti riempiva gli occhi e il cuore di gratitudine ed io giunsi a scuola piena di felicità. Appena entrata in classe, mi feci il segno della croce e rimasi qualche attimo in silenzio mentre chiedevo al Signore di donarmi la Sua forza. Allora vidi quarantasei-occhi-quarantasei che mi scrutavano. Nell’aula era calato un insolito silenzio. L’alunno più ardito mi chiese spiegazioni, ed io gli risposi: “Capita spesso che voi bambini vi comportiate come se non ci fosse l’insegnante. Non prestate ascolto e, in tal modo, non potete comprendere. Come vedete, con le mie sole forze io non posso farcela ad educarvi… Ho bisogno di aiuto. E chi mai potrà darmelo? Così, prego il Signore di ispirarmi le parole giuste per arrivare al vostro cuore ed al vostro intelletto”. Mi accorsi di aver colto davvero nel segno: i bambini, forse sorpresi dalla mia sincerità, erano rimasti seri seri ad ascoltare. Nei giorni successivi cominciarono ad essere in sintonia con me, ed a sorridere quando, con qualche frase spiritosa, cercavo di allentare la fatica della lezione. Si erano fatti più attenti ed io, ormai, conoscevo i loro nomi: così potevo chiamarli, interessarli, coinvolgerli. Avevano acquisito un buon ritmo di lavoro ma non c’era ancora armonia fra loro e, come note di un pianoforte scordato, le incomprensioni e i bisticci spesso li dividevano. Ero certa, però, che un varco per penetrare nel loro animo presto l’avrei trovato. Un giorno, togliendomi dalle mani una pesante cartella, un alunno mi chiese: “Maestra, perché oggi non la diciamo tutti insieme, ad alta voce?” - Diciamo cosa? - risposi. “Ma la preghiera che fai tu a mente la mattina!”. Quella richiesta inattesa mi lasciò dubbiosa. D’improvviso, riaffiorarono nella mia mente gli echi delle falsità che erano state diffuse prima che io arrivassi in quella scuola, quando “una voce” mi aveva preceduta seminando angoscia fra i genitori. Ipocritamente, la voce aveva suscitato discordia annunciando: “In questa scuola verrà un’insegnante che in classe fa solo religione!”. Questa l’accusa, questo il motivo per il quale bisognava “stracciarsi le vesti” e protestare… Neanche fosse stata una bestemmia!
Cosa importa, poi, se quel “fa religione” implicava un lavoro intenso, scientifico, uno studio accurato sulla preziosità e sulla difesa della vita, sui valori, sulla famiglia? Iniquamente, veniva occultata ad arte la mia attività di insegnante di italiano, di matematica, di scienze, di informatica, di storia, di geografia; allo stesso modo venivano ignorati i magnifici lavori didattici realizzati in tanti anni di scuola e un curriculum denso di studi giuridici e pedagogici. Nella nuova scuola ero “una che fa solo religione”. E pensare che Gold Indire del MIUR mi aveva egregiamente premiata per il miglior lavoro informatico dell’anno, e l’aveva pubblicato fra le gold practices sulla Banca Dati Nazionale! Sarebbe bastato guardare un attimo indietro: mai mi erano mancati pubblici riconoscimenti. Il 24 maggio 2002, l’avvocato Antonio Buongiovanni, Presidente del Rotary Club, nell’ambito di un convegno di bioetica e di difesa della vita, mi aveva convocata con gli alunni sul palco dell’Aula Pacis dell’Università di Cassino, per presentare il nostro libro “Ho voglia di vivere”. Erano presenti il magistrato on. Carlo Casini, il Prof. Paolo Vigo, Magnifico Rettore dell’Università e S.E. Mons. Bernardo D’Onorio, Abate Ordinario di Montecassino. C’era anche l’onorevole Olimpia Tarzia, Presidente delle Politiche Familiari. Gentilissima, mi inviò una meravigliosa mail ringraziandomi per la significativa testimonianza che il mio impegno, combinato con l’entusiasmo dei bambini della mia classe, aveva prodotto.
E nell’aprile 2008 anche il Cardinale Camillo Ruini, al quale avevo donato il mio libro “La grammatica del cuore”, mi aveva scritto rallegrandosi per il mio lavoro didattico.
Ancora, il 15 luglio 2010, il professore Guido Petter, ordinario nell’Università di Padova, mi scriveva dal Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione: “… Le esprimo la mia ammirazione per la cura che ha posto nel raccogliere e presentare la documentazione relativa ai cinque anni di insegnamento con quel gruppo di bambini… Penso siano stati davvero fortunati ad avere un’insegnante come lei!… Credo che questi Suoi allievi conserveranno per tutta la loro vita il ricordo di una maestra che li ha aiutati a crescere, ha voluto loro bene...”
Eppure, nella nuova scuola, aleggiava ancora il soffio di una vile presentazione. Ciò mi spinse a rispondere all’alunno che, se i compagni lo desideravano, potevano recitare a mente una breve preghiera. Così, la mattina mi capitava di vedere i bambini restare qualche attimo in silenzio per pregare. Presto, però, essi tornarono a chiedermi di recitarla tutti insieme. Insistentemente.
La loro richiesta era un desiderio profondo del cuore ed ogni mia perplessità si dissolse dinanzi alla schiettezza e alla semplicità che leggevo nei loro visi. Così decidemmo di iniziare le nostre attività scolastiche con una invocazione: “Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce, illumina le nostre menti, riempi i nostri cuori!”. Quindici secondi ogni mattina… e un anno intero di benefici. Conquistata la fiducia dei miei allievi, pian piano vidi il loro atteggiamento mutare. Attraverso l’ascolto e il dialogo, stava maturando in essi un interesse autentico, una nuova sensibilità germogliava; così, mentre facevo lezione di matematica o di scienze, in classe si percepiva una profonda tensione cognitiva. Ero certa che lo Spirito Santo stesse operando invisibili miracoli nei cuori. Una volta, in un’intervista, Claudio Risé ebbe a dichiarare: “Il maestro è una figura dell’anima, è qualcuno a cui tu, allievo, riconosci la capacità di insegnarti qualcosa che hai bisogno di apprendere per vivere come soggetto, e non come schiavo… Il maestro è formatore e suscitatore di libertà… Essere maestri vuol dire mettersi in ascolto del magister interiore: il Padre, che ci cerca, e senza stancarsi parla dentro di noi”.
Con piacevole sorpresa, cominciai a ricevere bigliettini da Alisia, orsetti disegnati da Emanuele, lettere di Alessia. Nei quaderni, spiccavano i cuori di Eleonora, i fiori di Alina, le frasi affettuose di Claudia, di Federica, e di tanti altri. Trascorse così il primo anno con loro: a volte reso difficile da chi, ignobilmente, aveva solcato il terreno con calunnie; altre volte denso di autentiche soddisfazioni. Ora, in quarta, gli alunni sono più maturi, si lasciano interrogare volentieri, e sono impazienti di lasciare una traccia del loro cammino nella scuola primaria. Per questo, vorrebbero che scrivessi un libro insieme a loro. Un alunno, quest’anno, ha voluto imparare tutta l’invocazione allo Spirito Santo: l’ha cercata su internet e ne ha fatto fotocopie per i compagni. Insieme la recitano, meditandola parola per parola. Ne hanno colto il significato e il valore, ne hanno compreso la profondità e sperimentato l’aiuto nelle difficoltà. Hanno pregato per i nonni malati, per un nonno volato in cielo, per la mamma di un’alunna che era in ospedale, per un piccolo amico operato al cuore. Sono incredibili i bambini! Il loro animo è una miniera di sentimenti preziosi. Mi stupiscono tutti i giorni perché ti accorgi che stanno lì ad attenderti, a chiedersi chissà quali belle cose impareranno oggi. Quando spiego, ora c’è un silenzio profondo e ci sono occhi che ti fissano intensamente per capire e accogliere nella mente ogni parola. Mi commuove vederli così: basta solo interessarli un pochino toccando le corde del loro essere, coinvolgendoli emotivamente. Se poi li gratifichi con un complimento, sono capaci di travolgerti con un abbraccio affettuoso. La loro attenzione è sorprendente. E’ un piacere vederli lavorare sereni. E’ una gioia ammirare la diligenza, la precisione e la cura con cui eseguono i compiti: i quaderni raccontano i loro progressi, l’entusiasmo, la passione per le cose che fanno. In cambio desiderano essere ascoltati, elogiati, anche rimproverati se necessario, ma sempre nel rispetto della loro dignità. Hanno bisogno di fiducia e di comprensione, come anche di regole precise, di autorevolezza e di autorità. Mi tornano in mente le parole di S.E. mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo: “L’educazione è una sfida esigente. Una delle tentazioni delle insegnanti è quella di nascondersi dietro la materia che insegnano. Oggi, c’è urgenza di educatori che insegnino a vivere i valori. Nella sfida dell’educazione, al primo posto va collocata la relazione con l’alunno. Ove non si riesca a stabilire il rapporto, il processo educativo è fallito in partenza. Se fondiamo solo sulla disciplina, abbiamo già chiuso. L’educazione autentica è educazione ad esercitare la propria libertà…”. Com’è vero! Senza relazione con l’alunno, si fallisce: non può esserci educazione. L’esperienza didattica con questi ragazzi ne è una conferma.
E se qualche volta può accadere che la loro libertà superi certi limiti, manifesto loro un mio segreto sogno: “Ragazzi, sto pensando di andare in pensione!”. Allora Silvia, con un sorriso incantevole, replica prontamente: “Maestra, ci potrai andare solo quando noi andremo al liceo!” - Come mai? - rispondo preoccupata, dal momento che mi terrorizza l’idea di invecchiare a scuola. “Quando saremo alle medie - risponde - noi ci affacceremo alla finestra della scuola, qui di fronte, e continueremo a vederti e a salutarti!”. Che dire? Mattia mi ha svelato che ha letto il mio libro solo sedici volte e che ogni volta si commuove. Come non ringraziarli per il loro affetto? Gaia, Michela, Manuel, Marika, Tommaso, Francesco (ce ne sono tre), Giuseppe, Alex, Domenico, Filippo, Mattia, Leonardo… ora li ho ricordati tutti! Dolci o irrequieti, silenziosi o loquaci, ubbidienti o impertinenti… Comunque ragazzi attivi e laboriosi. Pochi giorni fa, nel corso della Fiera del Libro 2012, a conclusione di un percorso logico-poetico, hanno presentato “Matematica e Bellezza”: fede e ragione, un binomio sapientemente coniugato da alunni di dieci anni. Questi sono oggi i ragazzi di quarta. Sicuramente vivaci e un po’ chiacchieroni, ma ricchi interiormente, desiderosi di impegnarsi per migliorare, capaci di amore e devozione per la vita. Ragazzi che studiano. Ragazzi che pregano. Nessuno glielo ha chiesto. Era un desiderio accovacciato nel loro cuore chissà da quanto tempo e, prorompente, è affiorato alla prima occasione. E la prima occasione è stata una nuova insegnante. “Una che fa religione”. Insieme a matematica, scienze, tecnologia e informatica! E’ scritto nei salmi: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza… Alzano i fiumi la loro voce, alzano i fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore”.
Oggi, 25 maggio, è il giorno del compleanno di mia madre: devo a lei ogni insegnamento germogliato nel mio animo, ogni grammatica del cuore esercitata nella mia vita e tutta la bellezza della matematica che insegno ai miei allievi. A lei, che mi guarda da un cielo di Luce, dono oggi questo pensiero, frutto del suo amore, insieme alla mia gioia e soddisfazione di insegnante
In classe quarta, ventitré alunni: alcuni tranquilli e sereni, altri vivaci, fragorosi, talvolta un po’ litigiosi. “Una classe terribile!” mi fu sussurrato il 18 novembre 2010, non appena assunsi servizio. Il primo impatto non fu semplice. Indomiti e fieri i nuovi allievi, esuberanti un po’ troppo, rumorosi all’eccesso. In realtà, più che “terribile”, la classe a me appariva “pittoresca”. Un vociare incessante, palline di carta e aeroplanini che volteggiavano in aria, sforbiciatine di capelli al compagno di banco, un taglietto al grembiulino, uno sgambetto di qua, qualche parola fuori posto di là… e poi, banchi spostati, qualche sedia rovesciata, zaini in disordine sul pavimento: per raggiungere la porta, bisognava essere campioni di slalom! Superato un problema di salute e riacquistata una splendida vitalità, io avevo scelto quella sede vagheggiando un ambiente tranquillo… ma non sembrava davvero l’ideale! Ogni volta che tornavo a casa bramavo solo il silenzio: niente televisione, niente telefono, isolamento completo. Mio marito mi osservava preoccupato… era diventato invisibile ai miei occhi! Mi dirigevo verso la mia camera e mi lasciavo scivolare nel letto, esausta: con la testa sotto le coperte mi sentivo al sicuro, come un bambino nel grembo materno. Come sopravvivere a tanto trambusto? Forse… potevo urlare! Ma non era il mio stile pedagogico, e la mia voce, ahimè, non avrebbe superato quella degli alunni. Potevo elargire punizioni! Non era la scelta migliore. Sconsolata, mi resi conto che nessun pedagogista sarebbe potuto venire in mio soccorso. Una simile situazione non era contemplata in nessun manuale didattico. Mi sentivo sfinita. Nello sconforto, illuminante intuizione, cominciai a recitare la preghiera allo Spirito Santo: “…Consolatore perfetto… dolcissimo sollievo… Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la Tua forza nulla è nell’uomo”… Senza la Tua forza nulla è nell’uomo… Ripetei più volte nella mia mente questa frase... Era la risposta che cercavo!
In una splendida mattina di fine autunno un tenue sole faceva brillare le fiammeggianti foglie degli alberi, leggermente agitate dal vento. Era uno spettacolo che ti riempiva gli occhi e il cuore di gratitudine ed io giunsi a scuola piena di felicità. Appena entrata in classe, mi feci il segno della croce e rimasi qualche attimo in silenzio mentre chiedevo al Signore di donarmi la Sua forza. Allora vidi quarantasei-occhi-quarantasei che mi scrutavano. Nell’aula era calato un insolito silenzio. L’alunno più ardito mi chiese spiegazioni, ed io gli risposi: “Capita spesso che voi bambini vi comportiate come se non ci fosse l’insegnante. Non prestate ascolto e, in tal modo, non potete comprendere. Come vedete, con le mie sole forze io non posso farcela ad educarvi… Ho bisogno di aiuto. E chi mai potrà darmelo? Così, prego il Signore di ispirarmi le parole giuste per arrivare al vostro cuore ed al vostro intelletto”. Mi accorsi di aver colto davvero nel segno: i bambini, forse sorpresi dalla mia sincerità, erano rimasti seri seri ad ascoltare. Nei giorni successivi cominciarono ad essere in sintonia con me, ed a sorridere quando, con qualche frase spiritosa, cercavo di allentare la fatica della lezione. Si erano fatti più attenti ed io, ormai, conoscevo i loro nomi: così potevo chiamarli, interessarli, coinvolgerli. Avevano acquisito un buon ritmo di lavoro ma non c’era ancora armonia fra loro e, come note di un pianoforte scordato, le incomprensioni e i bisticci spesso li dividevano. Ero certa, però, che un varco per penetrare nel loro animo presto l’avrei trovato. Un giorno, togliendomi dalle mani una pesante cartella, un alunno mi chiese: “Maestra, perché oggi non la diciamo tutti insieme, ad alta voce?” - Diciamo cosa? - risposi. “Ma la preghiera che fai tu a mente la mattina!”. Quella richiesta inattesa mi lasciò dubbiosa. D’improvviso, riaffiorarono nella mia mente gli echi delle falsità che erano state diffuse prima che io arrivassi in quella scuola, quando “una voce” mi aveva preceduta seminando angoscia fra i genitori. Ipocritamente, la voce aveva suscitato discordia annunciando: “In questa scuola verrà un’insegnante che in classe fa solo religione!”. Questa l’accusa, questo il motivo per il quale bisognava “stracciarsi le vesti” e protestare… Neanche fosse stata una bestemmia!
Cosa importa, poi, se quel “fa religione” implicava un lavoro intenso, scientifico, uno studio accurato sulla preziosità e sulla difesa della vita, sui valori, sulla famiglia? Iniquamente, veniva occultata ad arte la mia attività di insegnante di italiano, di matematica, di scienze, di informatica, di storia, di geografia; allo stesso modo venivano ignorati i magnifici lavori didattici realizzati in tanti anni di scuola e un curriculum denso di studi giuridici e pedagogici. Nella nuova scuola ero “una che fa solo religione”. E pensare che Gold Indire del MIUR mi aveva egregiamente premiata per il miglior lavoro informatico dell’anno, e l’aveva pubblicato fra le gold practices sulla Banca Dati Nazionale! Sarebbe bastato guardare un attimo indietro: mai mi erano mancati pubblici riconoscimenti. Il 24 maggio 2002, l’avvocato Antonio Buongiovanni, Presidente del Rotary Club, nell’ambito di un convegno di bioetica e di difesa della vita, mi aveva convocata con gli alunni sul palco dell’Aula Pacis dell’Università di Cassino, per presentare il nostro libro “Ho voglia di vivere”. Erano presenti il magistrato on. Carlo Casini, il Prof. Paolo Vigo, Magnifico Rettore dell’Università e S.E. Mons. Bernardo D’Onorio, Abate Ordinario di Montecassino. C’era anche l’onorevole Olimpia Tarzia, Presidente delle Politiche Familiari. Gentilissima, mi inviò una meravigliosa mail ringraziandomi per la significativa testimonianza che il mio impegno, combinato con l’entusiasmo dei bambini della mia classe, aveva prodotto.
E nell’aprile 2008 anche il Cardinale Camillo Ruini, al quale avevo donato il mio libro “La grammatica del cuore”, mi aveva scritto rallegrandosi per il mio lavoro didattico.
Ancora, il 15 luglio 2010, il professore Guido Petter, ordinario nell’Università di Padova, mi scriveva dal Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione: “… Le esprimo la mia ammirazione per la cura che ha posto nel raccogliere e presentare la documentazione relativa ai cinque anni di insegnamento con quel gruppo di bambini… Penso siano stati davvero fortunati ad avere un’insegnante come lei!… Credo che questi Suoi allievi conserveranno per tutta la loro vita il ricordo di una maestra che li ha aiutati a crescere, ha voluto loro bene...”
Eppure, nella nuova scuola, aleggiava ancora il soffio di una vile presentazione. Ciò mi spinse a rispondere all’alunno che, se i compagni lo desideravano, potevano recitare a mente una breve preghiera. Così, la mattina mi capitava di vedere i bambini restare qualche attimo in silenzio per pregare. Presto, però, essi tornarono a chiedermi di recitarla tutti insieme. Insistentemente.
La loro richiesta era un desiderio profondo del cuore ed ogni mia perplessità si dissolse dinanzi alla schiettezza e alla semplicità che leggevo nei loro visi. Così decidemmo di iniziare le nostre attività scolastiche con una invocazione: “Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce, illumina le nostre menti, riempi i nostri cuori!”. Quindici secondi ogni mattina… e un anno intero di benefici. Conquistata la fiducia dei miei allievi, pian piano vidi il loro atteggiamento mutare. Attraverso l’ascolto e il dialogo, stava maturando in essi un interesse autentico, una nuova sensibilità germogliava; così, mentre facevo lezione di matematica o di scienze, in classe si percepiva una profonda tensione cognitiva. Ero certa che lo Spirito Santo stesse operando invisibili miracoli nei cuori. Una volta, in un’intervista, Claudio Risé ebbe a dichiarare: “Il maestro è una figura dell’anima, è qualcuno a cui tu, allievo, riconosci la capacità di insegnarti qualcosa che hai bisogno di apprendere per vivere come soggetto, e non come schiavo… Il maestro è formatore e suscitatore di libertà… Essere maestri vuol dire mettersi in ascolto del magister interiore: il Padre, che ci cerca, e senza stancarsi parla dentro di noi”.
Con piacevole sorpresa, cominciai a ricevere bigliettini da Alisia, orsetti disegnati da Emanuele, lettere di Alessia. Nei quaderni, spiccavano i cuori di Eleonora, i fiori di Alina, le frasi affettuose di Claudia, di Federica, e di tanti altri. Trascorse così il primo anno con loro: a volte reso difficile da chi, ignobilmente, aveva solcato il terreno con calunnie; altre volte denso di autentiche soddisfazioni. Ora, in quarta, gli alunni sono più maturi, si lasciano interrogare volentieri, e sono impazienti di lasciare una traccia del loro cammino nella scuola primaria. Per questo, vorrebbero che scrivessi un libro insieme a loro. Un alunno, quest’anno, ha voluto imparare tutta l’invocazione allo Spirito Santo: l’ha cercata su internet e ne ha fatto fotocopie per i compagni. Insieme la recitano, meditandola parola per parola. Ne hanno colto il significato e il valore, ne hanno compreso la profondità e sperimentato l’aiuto nelle difficoltà. Hanno pregato per i nonni malati, per un nonno volato in cielo, per la mamma di un’alunna che era in ospedale, per un piccolo amico operato al cuore. Sono incredibili i bambini! Il loro animo è una miniera di sentimenti preziosi. Mi stupiscono tutti i giorni perché ti accorgi che stanno lì ad attenderti, a chiedersi chissà quali belle cose impareranno oggi. Quando spiego, ora c’è un silenzio profondo e ci sono occhi che ti fissano intensamente per capire e accogliere nella mente ogni parola. Mi commuove vederli così: basta solo interessarli un pochino toccando le corde del loro essere, coinvolgendoli emotivamente. Se poi li gratifichi con un complimento, sono capaci di travolgerti con un abbraccio affettuoso. La loro attenzione è sorprendente. E’ un piacere vederli lavorare sereni. E’ una gioia ammirare la diligenza, la precisione e la cura con cui eseguono i compiti: i quaderni raccontano i loro progressi, l’entusiasmo, la passione per le cose che fanno. In cambio desiderano essere ascoltati, elogiati, anche rimproverati se necessario, ma sempre nel rispetto della loro dignità. Hanno bisogno di fiducia e di comprensione, come anche di regole precise, di autorevolezza e di autorità. Mi tornano in mente le parole di S.E. mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo: “L’educazione è una sfida esigente. Una delle tentazioni delle insegnanti è quella di nascondersi dietro la materia che insegnano. Oggi, c’è urgenza di educatori che insegnino a vivere i valori. Nella sfida dell’educazione, al primo posto va collocata la relazione con l’alunno. Ove non si riesca a stabilire il rapporto, il processo educativo è fallito in partenza. Se fondiamo solo sulla disciplina, abbiamo già chiuso. L’educazione autentica è educazione ad esercitare la propria libertà…”. Com’è vero! Senza relazione con l’alunno, si fallisce: non può esserci educazione. L’esperienza didattica con questi ragazzi ne è una conferma.
E se qualche volta può accadere che la loro libertà superi certi limiti, manifesto loro un mio segreto sogno: “Ragazzi, sto pensando di andare in pensione!”. Allora Silvia, con un sorriso incantevole, replica prontamente: “Maestra, ci potrai andare solo quando noi andremo al liceo!” - Come mai? - rispondo preoccupata, dal momento che mi terrorizza l’idea di invecchiare a scuola. “Quando saremo alle medie - risponde - noi ci affacceremo alla finestra della scuola, qui di fronte, e continueremo a vederti e a salutarti!”. Che dire? Mattia mi ha svelato che ha letto il mio libro solo sedici volte e che ogni volta si commuove. Come non ringraziarli per il loro affetto? Gaia, Michela, Manuel, Marika, Tommaso, Francesco (ce ne sono tre), Giuseppe, Alex, Domenico, Filippo, Mattia, Leonardo… ora li ho ricordati tutti! Dolci o irrequieti, silenziosi o loquaci, ubbidienti o impertinenti… Comunque ragazzi attivi e laboriosi. Pochi giorni fa, nel corso della Fiera del Libro 2012, a conclusione di un percorso logico-poetico, hanno presentato “Matematica e Bellezza”: fede e ragione, un binomio sapientemente coniugato da alunni di dieci anni. Questi sono oggi i ragazzi di quarta. Sicuramente vivaci e un po’ chiacchieroni, ma ricchi interiormente, desiderosi di impegnarsi per migliorare, capaci di amore e devozione per la vita. Ragazzi che studiano. Ragazzi che pregano. Nessuno glielo ha chiesto. Era un desiderio accovacciato nel loro cuore chissà da quanto tempo e, prorompente, è affiorato alla prima occasione. E la prima occasione è stata una nuova insegnante. “Una che fa religione”. Insieme a matematica, scienze, tecnologia e informatica! E’ scritto nei salmi: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza… Alzano i fiumi la loro voce, alzano i fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore”.
Oggi, 25 maggio, è il giorno del compleanno di mia madre: devo a lei ogni insegnamento germogliato nel mio animo, ogni grammatica del cuore esercitata nella mia vita e tutta la bellezza della matematica che insegno ai miei allievi. A lei, che mi guarda da un cielo di Luce, dono oggi questo pensiero, frutto del suo amore, insieme alla mia gioia e soddisfazione di insegnante
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