lunedì 14 maggio 2012

Tutto sulla mamma-lunedi

Stagione senza stagioni

Una delle più belle immagini della madre che conosco è quella di De André nella sua Ave Maria:

«Ave alle donne come te Maria, femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente». In un mondo in cui tutti sono disperatamente alla ricerca di ruoli, di profili interessanti, di riconoscimento, e in cui ci si aggrappa all’unica fonte di identificazione che sembra rendere possibile la propria desiderabilità sociale, ovvero la giovinezza, il grottesco è sempre in agguato, ma soprattutto lo è l’infelicità, individuale e collettiva.

La sensazione, guardandosi intorno in questo tempo così difficile e per molti drammatico che definiamo col termine sintetico di 'crisi', è quella di essere stati ingannati. Dai racconti su una libertà dallo sguardo corto e dai confini stretti, coincidenti col perimetro dell’io; da un’idea del legame come vicolo limitante la libertà, e quindi nemico della felicità; più in generale, dal rifiuto di ogni limite – nella relazione come nella crescita economica – come inutile pastoia all’espansione. Quella che è stata definita «la società eccitata» in un recente saggio filosofico, scivola molto rapidamente nella società grottesca: dove gli adulti, per dirla con lo psicanalista Luigi Zoja, sono degli eterni lattanti psichici, dipendenti da ciò che li fa 'stare bene', consumatori compulsivi occupati a prendere e dimentichi di dare. E il passo successivo è quello della società depressa, quando non disperata.

In questo quadro la figura della donna emerge con tinte non molto attraenti. Basta sfogliare le riviste femminili, guardarsi intorno mentre si cammina per le città, o si attraversano gli aeroporti; o seguire nel tempo le parabole esistenziali di quelle che per qualche momento sono state star, idoli, modelli di riferimento, e il cui declino, quando non drammatico in modo eclatante (penso, tra i tanti, al caso di Withney Houston), cade nell’ombra, oscurato dal passaggio altrettanto veloce di sempre nuove meteore.

Il messaggio che il contesto rimanda alle donne è molto elementare: devi essere giovane, bella, e saper sedurre. Quanto dura questa stagione? 10 anni, 20? Con la chirurgia magari 25... Il tentativo di prolungare artificialmente questa fase 'di transito' (peraltro così riduttivamente presentata) della femminilità, trasformandola – direbbero gli antropologi – da 'liminale' (il momento di passaggio a una nuova fase) a 'liminoide' (una fase sospesa e irreale che non genera nessun cambiamento e alla fine si dissolve lasciando il vuoto) ha prodotto effetti grotteschi. O drammatici. E non è un discorso moralistico, ma banalmente estetico. E, se si vuole essere un po’ più profondi, antropologico.

Io credo che alle donne sia stata regalata una possibilità di identificazione straordinaria, solida ma nello stesso tempo aperta.

Vincolante (ed è solo nel legame che si realizza la libertà, lo sapevano gli antichi per i quali è lo schiavo a non avere legami), ma nello stesso tempo passibile di una interpretazione creativa, che valorizza la singolarità di ciascuna. Quel 'protagonismo debole' che fa essere e crescere la realtà ricevuta in dono, che sa 'coltivare e custodire', che è capace di uno sguardo attento e sollecito che da nessun’altra prospettiva è possibile allo stesso modo; che sa dar spazio alla forza della vita, anche quando tutto intorno sembrerebbe spingere alla rinuncia. Che conosce la tenacia della speranza anche contro le evidenze. Una tenacia che produce tanti miracoli silenziosi.

E, soprattutto, che non è effimero, caduco, legato all’efficienza delle prestazioni. Che costruisce l’io relazionale a cui oggi si deve tornare se non si vuole dissolversi con le ceneri dell’io assoluto. E che lo costruisce in modo stabile, come un capitale identitario che nessuna crisi può mettere in pericolo, ma che anzi diventa una risorsa a cui guardare nel momenti di difficoltà. Una risorsa materiale e un modello antropologico.

La maternità non è un diritto, è un dono. E il figlio che accogliamo ci regala una identità generativa che nessuno ci può togliere, che dobbiamo imparare a valorizzare e che, in un mondo dove tutto muta con la velocità delle scoperte tecnologiche rendendo irrilevante tutto quello che 'rimane indietro', non ha stagione.

domenica 13 maggio 2012

Questa settimana :tutto sulla mamma

Le origini La festa della mamma è una ricorrenza diffusa in tutto il mondo.
Le sue origini sembrano essere legate alle antiche popolazioni politeiste che, nel periodo primaverile, celebravano le divinità femminili legate alla terra e alla sua ritrovata fertilità.
Nell’antica Grecia gli Elleni dedicavano alla loro genitrice un giorno dell’anno: la festa coincideva con le celebrazioni in onore della dea Rea, la madre di tutti gli Dei.
Gli antichi romani, invece, intitolavano una settimana intera la divinità Cibele, simbolo della Natura e di tutte le madri.


La festa in epoca moderna 
In epoca moderna la festa della mamma è stata interpretata e festeggiata in modi diversi a seconda della regione o dello Stato di riferimento. Tutte le tradizioni però hanno messo e mettono tuttora al centro la mamma e il suo ruolo all’interno della famiglia.

REGNO UNITO
In Inghilterra le celebrazioni legate alla festa della mamma risalgono al XVII secolo. Originariamente il “Mother’s Day” non era inteso come un’occasione per festeggiare la propria madre con fiori o regali, ma assumeva un significato completamente diverso.
La festività, chiamata "Mothering Sunday", coincideva con la quarta domenica di quaresima. In quell’occasione, tutti i bambini che vivevano lontano dalle loro famiglie, chi per imparare un mestiere e chi perché costretto a fare il servo per guadagnarsi da vivere, potevano ritornare a casa per un giorno.

A poco a poco si è diffusa la tradizione di riunirsi a metà del periodo di quaresima per festeggiare la propria famiglia e soprattutto la mamma, considerata un elemento fondamentale dell’unione tra consanguinei. I ragazzi che facevano visita alle loro famiglie portavano alle mamme fiori o altro genere di regali.
La tradizione del "Mothering Sunday" sopravvive ancora oggi in Inghilterra, dove è più comunemente conosciuta come “Mother’s Day” (Festa della mamma).

STATI UNITI D’AMERICA
A differenza dell’Inghilterra, negli Stati Uniti il "Mothering Sunday" non ebbe successo, dal momento che la popolazione era restia alle tradizioni popolari. Per questo motivo la festa della mamma si diffuse negli Stati Uniti come una festività legata ai movimenti sociali che chiedevano il suffragio alle donne e predicavano la pace.
Nel maggio 1870, negli Stati Uniti, Julia Ward Howe, attivista pacifista e promotrice dell’abolizione della schiavitù, propose l'istituzione del Mother's Day: un’occasione in più per riflettere sull’inutilità della guerra a favore di una pace duratura.
Altro nome legato all’origine della festività è quello di Anna M. Jarvis, che si batté per l’istruzione di una festa in onore di tutte le vittime della Guerra Civile americana. Dopo la morte della madre, alla quale era molto legata, Anna cominciò a inviare lettere a diversi ministri e membri del congresso, affinché venisse istituita una festa nazionale dedicata a tutte le mamme. L’obiettivo di Anna era quello di fare in modo che tutti celebrassero la loro madre, mentre questa era ancora in vita. Anna riuscì nel suo intento e nel maggio del 1908, a Grafton nel Massachusetts, venne celebrata la prima festa della mamma. L’anno seguente fu la volta di Filadelfia. La Jarvis scelse, come simbolo di questa nuova festa, il garofano: il fiore preferito dalla sua defunta madre.

Nel 1914 l’allora presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson, per dimostrare profondo rispetto nei confronti di tutte le mamme, con una delibera del Congresso, istituì il “Mother's Day”. Non venne stabilita una data fissa sul calendario ma, per convenzione, si decise di celebrare tutte le mamme americane la seconda domenica di maggio.

ITALIA
In Italia la festa della mamma fu festeggiata per la prima volta nel 1957 da don Otello Migliosi, un sacerdote del borgo di Tordibetto ad Assisi. Successivamente la festa è entrata a far parte del nostro calendario e, come in molti altri Paesi, viene celebrata la seconda domenica di maggio.

RESTO DEL MONDO
Su esempio americano, quasi tutti i Paesi del mondo hanno fatto propria la festa della mamma con modalità e date diverse.

Di seguito riportiamo una tabella che illustra la posizione occupata nel calendario dalla festa della mamma nei diversi Paesi del mondo. 

· Seconda domenica di febbraio in Norvegia
· 30 Shevat (in febbraio) in Israele
· 3 marzo in Georgia
· 8 marzo in Bosnia, Serbia, Montenegro, Slovenia, Macedonia, Albania, Bulgaria, Romania
· Quarta domenica di quaresima in Irlanda e nel Regno Unito
· 21 marzo in Bahrain, Egitto, Libano, Siria, Palau, Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Marocco
· 7 aprile in Armenia
· Prima domenica di maggio in Angola, Ungheria, Lituania, Portogallo, Spagna
· 8 maggio in Corea del Sud
· 10 maggio India, Messico, Oman, Pakistan, Qatar
· Seconda domenica di maggio in Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Cina, Colombia, Cuba, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ecuador, Hong Kong, Italia, Giappone, Lettonia, Malta, Malesia, Paesi Bassi, Porto Rico, Nuova Zelanda, Perù, Filippine, Singapore, Sudafrica, Svizzera, Taipei Cinese, Turchia, Stati Uniti, Venezuela
· 26 maggio in Polonia
· 27 maggio in Bolivia
· 30 maggio in Nicaragua
· Ultima domenica di maggio in Francia, Svezia, Repubblica Dominicana, Haiti
· 12 agosto in Thailandia
· 15 agosto in Costa Rica
· Terza domenica di ottobre in Argentina
· Ultima domenica di novembre in Russia
· 8 dicembre in Panama
· 22 dicembre in Indonesia

sabato 12 maggio 2012

parola n2

Dentro un libro, per penetrare il segreto delle cose
Ci sono due modi per pensare alla presenza della cultura nella società. Il primo è quello della pianta di casa, intesa come fico beniamino o qualcosa del genere. Si affitta un appartamento così come capita, lo si arreda alla bell’e meglio, puntando sulla praticità, ma alla fine il sentimento di bruttezza prevale, e allora si prova a rimediare con un salto al vivaio più vicino. È la cultura ridotta a ornamento, concepita come qualcosa che viene all’ultimo, dopo che il resto – quel che conta – è stato sistemato. Non c’è da stupirsi se a una cultura simile si rinuncia volentieri, specie in tempi di crisi.

Anche l’altra idea ha a che vedere con la pianta di casa. Questa volta però ci riferiamo alla planimetria del luogo dove speriamo di essere felici, ma dove – lo sappiamo in partenza, inutile illuderci – il dolore verrà comunque a visitarci. Non sono soltanto muri e pavimenti, siamo noi stessi che troviamo dimora. Per questo motivo, ogni dettaglio dev’essere valutato per tempo, partendo da ciò che è più importante. La cultura disegna gli spazi, segna il confine tra la condivisione e il segreto. Non è un ideale astratto; è, al contrario, quanto di più concreto l’essere umano possa sperimentare. A una cultura così non si rinuncia, perché è con una cultura così si conosce il mondo, lo si scopre, lo si costruisce.

Da venticinque anni a questa parte, il Salone del Libro di Torino racconta di questo dissidio. Di solito al Lingotto la cultura viene prima di tutto, anche se è capitato – e magari capiterà ancora – che la tentazione dell’ornamento finisse per prevalere. Lo ha ricordato anche il grande critico Ezio Raimondi, nel discorso pronunciato l’altro giorno nel momento in cui "Avvenire" gli attribuiva il premio Bonura: non si legge per svago, si legge per avvicinarsi un po’ di più al senso nascosto delle cose. Ma è chiaro che, se si presta fede agli incantatori del "leggi che ti passa", il bisogno di misurarsi con i libri presto o tardi svanisce. I dati Nielsen/Aie di cui si discute in questi giorni al Salone non si limitano a confermare la drammatica caduta del mercato librario (perdita del 3,5% a fine 2012, acuita dal meno 11,8% del primo trimestre dell’anno in corso). L’elemento più sconfortante, a ben vedere, è costituito dal crollo del comparto editoriale che più di ogni altro dovrebbe richiamare i lettori in una stagione tanto segnata dalla complessità e dalla necessità di comprendere. È la saggistica a segnare il passo, con una diminuzione del 18,9%. Sarebbero i libri nei quali cercare un principio di risposta. Sono, purtroppo, i primi a essere accantonati.

In questo, la contingenza con la cosiddetta "Primavera digitale", che il Salone 2012 ha voluto nel motto, appare ancora più significativa. Come genere di conforto, o come strumento di distrazione consapevole, il libro non può reggere il confronto con i media di nuova generazione, più versatili e accattivanti. Su questo piano non si discute, la battaglia è persa in partenza. Non per niente, anche i libri per ragazzi risultano in calo (meno 8,5%), e questo davvero non era mai accaduto. Anziché rincorrere la multimedialità, il percorso da seguire sarebbe l’opposto: aiutare i nuovi venuti a scoprire se stessi, attribuendo loro quella profondità che, al momento, non hanno conseguito. Troppo tardi? Non è detto. Il libro può ancora farcela, ma deve avere il coraggio di rivendicare la propria inattualità, il suo essere arrivato per primo. Meglio: la sua vocazione ad arrivare prima, com’è nel destino della cultura autentica. La pianta di casa, il tracciato della strada, la mappa della città. Nella quale devono trovare posto anche parchi e viali alberati. Purché progettati prima e non costruiti dopo, magari radendo al suolo quartieri interi.

Alessandro Zaccuri
© riproduzione riservata

la parola letta oggi

O il cinismo o la preghiera

O il cinismo o la preghiera Benedetto XVI celebra la Messa nel santuario di Mariazell, Austria (InfoPhoto)
Thomas è un padre di famiglia quarantenne che vive nella parrocchia di Vienna dove lavoro e, da circa un anno, vive sulla sedia a rotelle, essendo rimasto paralizzato dopo una caduta con il deltaplano. Per tenergli compagnia, abbiamo deciso di invitarlo a pranzo nella nostra casa (siamo tre sacerdoti missionari che viviamo insieme) ogni mercoledì. Questo implica una serie di compiti: vuol dire che il mercoledì innanzitutto bisogna esserci, poi bisogna chiamarlo per sapere se viene, bisogna assicurare il passaggio della sedia a rotelle, occorre anche preparare il pranzo,  e così via…
Ho notato che la nostra casa si ridesta attorno a un compito comune. Prendendoci cura di lui, vengono portate a galla le nostre debolezze e anche le nostre forze. È come una radiografia della nostra casa. Quando c’è Thomas, spesso la conversazione a tavola è determinata o dalla tensione a rimanere generici per rispettare la sua condizione pietosa, oppure da una sorta di pietà verso di lui. Al contrario, il suo modo di affrontare i temi è sorprendente e disarmante. È solito ripetere: «Non ho quasi più nulla che mi possa essere tolto, quindi mi è più facile essere sincero». L’ultima volta che è venuto a trovarci, raccontava che la moglie ha deciso di lasciarlo.
I suoi problemi sono drammatici e pesanti, la sua vita quotidiana complicata. Anche accompagnare i bambini all’asilo è un’impresa ardua, e trovare le forze per alzarsi al mattino è una decisione per nulla scontata. In sua compagnia è molto più facile essere portati al punto decisivo della questione, che è un’alternativa secca: o il cinismo, o la preghiera. Penso che la preghiera sia l’unico atteggiamento adeguato per stare assieme a lui. Essa è ciò che cambia la rassegnazione cinica, o la compassione negativa, in passione. La passione è la forma più vera della pazienza, capace di accompagnare l’altro, di portare l’altro, perché si accorge che nell’altro c’è la presenza stessa del Signore. 


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martedì 17 aprile 2012

in memoria

Io sono stata educata a fare, ad amare,a sentirmi utile per Qualcuno,malgrado non sono completamente autonoma perchè non cammino;quando Spanky mi lasciato ho capito che lui mi a fatto sentire che avevo bisogno di tutte quelle cose che ho scritto sopra.Io cresciuto,lavato, educato,amato Spancky,e Lui mi ricambiato gratuitamente e ora che da un anno se  ne andato (morendo)non so che fare,chi amare,a chi essere utile.Grazie Spancky!